Carlo Maranta, il vescovo-giurista protagonista dimenticato della Controriforma pugliese

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Apologeticus tractatus di Carlo Maranta

Nel vasto e turbolento scenario della Chiesa seicentesca, segnata dalla Controriforma e da feroci contese giurisdizionali, la Puglia ebbe un protagonista oggi quasi dimenticato: Carlo Maranta (Napoli, 17 febbraio 1583Tropea, 26 gennaio 1664). Vescovo di Giovinazzo e poi di Tropea, giurista di razza, difensore inflessibile dell’immunità ecclesiastica, Maranta incarnò come pochi la tensione di un’epoca in cui le prerogative spirituali e temporali della Chiesa erano messe in discussione.

Figlio di una dinastia di giuristi napoletani – il padre Roberto, lo zio Fabio, il nonno Pomponio e il bisnonno Roberto, autore del celebre Speculum aureum – il vescovo Maranta respirò fin dall’infanzia l’aria dei tribunali. Laureatosi in diritto nel 1611, esercitò l’avvocatura presso il prestigioso tribunale della Fabbrica di San Pietro e divenne presto vicario e consultore in importanti uffici della Curia romana. La sua carriera ecclesiastica fu rapida e segnata da incarichi delicati: nel 1624 Urbano VIII lo inviò a Rutigliano come consultore del Sant’Uffizio. Lì si fece notare non solo per lo zelo inquisitoriale, ma per l’uso di una squadra armata nelle operazioni: un segno del carattere risoluto che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.

Nel 1637 il papa lo nominò vescovo di Giovinazzo, sede vacante da un decennio. Maranta si mise subito all’opera: consacrò chiese, riorganizzò il clero, celebrò due sinodi diocesani e pubblicò le Constitutiones per ridare dignità a una diocesi in crisi. Ma il vescovo-giurista non era tipo da fermarsi alla pastorale ordinaria. Entrò in rotta di collisione con l’arcipretura di Terlizzi, che rivendicava autonomia dalla diocesi, e rispose con ponderosi trattati – l’Apologeticus (1639) e il Tutamen iuris Ecclesiae Iuvenacensis (1640) – nei quali ribadiva con forza i diritti episcopali.

Gli scontri non furono solo dottrinari. Nel 1639 il feudo di Giovinazzo passò al potente principe di Cellammare, Niccolò Giudice, e le tensioni tra potere ecclesiastico e potere feudale si acuirono al punto da costringere Maranta a lasciare temporaneamente la diocesi. Anche allora la risposta fu la scrittura: nel 1644 pubblicò a Roma l’Apologeticus tractatus pro iuribus Ecclesiae, vero manifesto dell’immunità ecclesiastica, in cui rivendicava perfino il diritto di servirsi di quaranta uomini armati – gli “affidati” – per proteggere le prerogative vescovili.

Parallelamente alle battaglie giurisdizionali, Maranta costruì un’opera giuridica monumentale. Le sue Responsiones (1637-1652), cinque tomi di controversie forensi dedicati a papi e cardinali, sono un repertorio prezioso della giurisprudenza ecclesiastica del Mezzogiorno barocco. A queste si aggiungono allegazioni, trattati e compilazioni canonistiche, tra cui la Medulla decreti (1656), in cui continua a battersi per l’autonomia del diritto ecclesiastico e la priorità della lex divina. Non mancò nemmeno un tocco di patriottismo: nello stesso anno pubblicò un’allegazione a sostegno del primato di san Gennaro come patrono di Napoli.

Nel 1657, su segnalazione di Filippo IV di Spagna, fu nominato vescovo di Tropea, dove continuò l’attività pastorale inaugurando monasteri, promuovendo culti e guidando la comunità durante il terremoto del 1659. Morì il 26 gennaio 1664, lasciando una diocesi ancora segnata dalle sue battaglie e una mole imponente di scritti giuridici.

La memoria di Maranta, tuttavia, svanì presto. Giuristi come Francesco D’Andrea ne criticarono lo stile arido e pedante, e la storiografia successiva ne ha trascurato il profilo. Eppure rappresenta la vitalità di un ambiente pugliese che, pur lontano dai grandi tribunali della capitale, seppe produrre una “letteratura repertoriale” di grande significato.

Riformatore quando necessario, inquisitore zelante quando richiesto, avvocato battagliero quando sfidato, Carlo Maranta fu davvero un uomo del suo tempo: un vescovo che armò la Chiesa non solo di argomenti giuridici, ma anche – letteralmente – di squadre di “affidati”. La sua figura, controversa e sfaccettata, incarna le tensioni della Controriforma pugliese e merita di essere riscoperta come uno dei protagonisti dimenticati del Seicento meridionale.

Carlo Coppola

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