“C’è ancora domani”: l’esordio alla regia di Paola Cortellesi

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In queste ultime settimane le sale dei cinema appaiono piuttosto gremite per via di alcune pellicole che hanno attirato notevolmente l’attenzione degli spettatori; tra queste vi è senza dubbio l’opera prima di Paola Cortellesi alla regia, dal titolo “C’è ancora domani”. La famosa attrice romana ha scelto con coraggio di prendere in mano gli attrezzi del difficile mestiere del regista, non rinunciando però a un ruolo di primissimo piano, qual è quello di Delia, moglie succube tanto del marito Ivano quanto di un’intera generazione.
La natura fortemente patriarcale dell’Italia del secondo dopoguerra non basta a giustificare la violenza che scandisce la vita di molte donne nella storia raccontata, vittime di un giudizio figlio del concetto di “uomo come misura di tutte le cose”, ma non in senso protagoreo bensì in una chiave di retrivo predominio maschilista. L’effettivo progresso sociale, che vede un miglioramento nello stato socio-politico della donna attraverso il conferimento del diritto di voto, non va di pari passo con il suo ruolo famigliare: indipendentemente dall’agiatezza della famiglia, le mogli sono relegate al ruolo di ancelle silenti e rispettose del volere del consorte; alle figlie, invece, viene preclusa ogni possibilità di istruzione superiore. E tra un livido e un ordine, un tradimento e un insulto, Delia affronta instancabilmente ogni giorno, barcamenandosi tra mille lavoretti per cui, in quanto donna, riceve una paga misera.
Oltre a porre in rilievo tali aspetti discutibili e, solo in parte, archiviati delle generazioni passate, la denuncia si estende tacitamente al lessico e comportamento violenti e distruttivi praticati in famiglia persino dai bambini. Emblematico, inoltre, il dato che salta agli occhi anche ad una lettura attenta dell’opera: non si riscontra nessuna figura maschile positiva nella storia, fatta eccezione per il soldato americano che tratta con umanità disinteressata la protagonista. In quest’universo frutto del ventennio precedente, il passo che consente un riscatto a tratti concreto e a tratti ideale alla protagonista, e storico alla popolazione femminile italiana, è la possibilità di votare, che riconosce in tale maniera non soltanto un potere e una autonomia di giudizio, bensì una facoltà intellettuale, purtroppo non data per scontata all’epoca, tale da ritenere le idee e opinioni di una donna valide.
Al giorno d’oggi, che tanto si canta vittoria alla voce parità, bisognerebbe rimettere in discussione diversi aspetti, tra cui – espongo uno dei più ignorati – la penuria o, spesso, assenza di figure femminili nei libri  di letteratura, filosofia, storia, medicina, scienze, arti e numerose altre discipline; come se l’Umanità avesse vissuto un’evoluzione unicamente nel solco dell’essenza maschile.
Maria Elide Lovero
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