L’area naturale di Ariscianne e Boccadoro

Un'oasi tra Trani e Barletta

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È assai frequente, lungo la fascia costiera, individuare alcune aree naturali, caratterizzate dalla presenza di specie animali e vegetali tipiche del bioma della macchia mediterranea e, fortunatamente, non ancora alterate dall’attività umana contemporanea. A tal proposito, la costa del nord barese è ricca di esempi tra cui, abbiamo nominato, l’area di Ripalta e del Pantano a Bisceglie. Oggi, risalendo idealmente la costa, andremo ad analizzare la zona umida di Ariscianne e Boccadoro, posta nel territorio tra Trani e Barletta.

La zona è stata da sempre caratterizzata dalla presenza di aree umide, paludi e sorgenti, tanto che in epoca ottocentesca si provò a utilizzare tali acque per creare un acquedotto che, nonostante i progetti degli architetti borbonici, non entrò mai in funzione: attualmente, ne rimane una grande vasca in pietra.

Già una rappresentazione cartografica del 1613 riporta la presenza di un lago in località Ariscianne, che, almeno all’epoca, non era stato ancora eroso dal mare. La zona era, cioè, ricca di sorgenti per emergenza di falda e ristagno delle acque meteoriche e continentali. L’area costituiva un unico ambiente naturale che si allungava dalla periferia di Trani fino alla foce del fiume Ofanto.

Tali aree paludose erano anche fonte di diffusione della malaria, per cui si caratterizzarono per una pressocché nulla antropizzazione. Al contrario, prosperavano le attività agricole e di allevamento, grazie ai terreni resi fertili dalle acque e alla presenza di alcuni pascoli. Fu solo nell’800 che si provvide alla definitiva bonifica delle paludi, terminata nel 1939, ad esclusione della sola area della vasca borbonica.

Si può, quindi, affermare che la vasca rappresenti un unicum, una commistione di architettura e natura che, nel tempo, ha ripreso possesso dei suoi luoghi. Nelle idee dei progettisti, la grande vasca in pietra avrebbe dovuto raccogliere le acque sorgive, divenendo un grande bacino per servire acqua potabile a Trani. Ciò che, però, fece naufragare il progetto fu l’eccessiva salinità che le acque mantenevano anche dopo essere state raccolte.

In quello che doveva essere il nucleo del progetto dell’acquedotto borbonico si è venuto a creare un canneto che, assorbendo inquinanti dai liquidi e fissando le proprie biomasse, restituiscono al bacino e al mare un’acqua più pulita.

Oltre a questa importante funzione, il canneto offre protezione a numerose specie di uccelli che variano a seconda delle stagioni e delle rotte migratorie. Tra questi è possibile osservare folaghe, gallinelle, aironi, garzette e altre numerose specie.

Nel corso dei primi anni del Novecento, poi, si provvide anche alla realizzazione di un canale artificiale che ripercorreva il tracciato di un antico corso d’acqua, oggi scomparso, ma che è, ad esempio, possibile individuare nella Tabula Peutingeriana, dove è denominato Alvedium. Tale canale consente lo scolo delle acque che ivi si raccolgono discendendo dall’altopiano delle Murge.

Attualmente l’area è stata recuperata dall’Associazione Delfino Blu ODV ed è stata inserita in una serie di percorsi esclusi a mezzi motorizzati e che è possibile raggiungere, ad esempio, in bici. Il tutto è parte di un più vasto progetto per la creazione di alcuni percorsi didattici nell’area di Boccadoro, che ha comportato anche l’insediamento in loco di alcuni pannelli esplicativi della storia e dell’importanza di questa oasi naturale.

Giuseppe Mennea

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