La “mutazione antropologica” nel film “Un giorno di ordinaria follia”

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Se esistono “giornate particolari”, è anche vero che ce ne sono alcune di ordinaria follia, in cui la trama della propria vita prende una piega irreversibile e, spesso, irreparabile; è quanto accade in una caotica Los Angeles a Bill Foster (impersonato alla perfezione da Micheal Douglas), uomo stremato dall’infelicità ed insoddisfazione della sua esistenza. Dapprima lasciato dalla moglie, che gli impedisce di vedere la loro figlia, e perso in seguito l’impiego di ingegnere della difesa (eufemismo di progettatore di missili), finisce in un tunnel di solitudine e malinconia, che sfocia rapidamente nell’ossessione di tornare allo statusfamigliare precedente. La vicenda messa in scena si svolge in poche ore: una mattina Bill si ritrova imbottigliato nel traffico, mentre cerca di giungere nella sua vecchia casa in occasione del compleanno della figlia, pur essendogli stato intimato da un giudice di tenersene lontano. Già dai primi fotogrammi risulta lampante l’alienazione diffusa tra la gente, ipnotizzata da velocità e progresso; non è un caso, infatti, che nel corso dell’intera pellicola lo spettatore sia portato ad empatizzare col protagonista, vittima di una società affetta da un cinismo disarmante e spietata verso ogni tipo di sofferenza, nonostante le sue ingiustificabili manifestazioni, talvolta grottesche, di violenza. Tuttavia, nel momento in cui Bill si interfaccia con un neonazista, afferma con sicurezza di non essere mosso da una cattiveria pura e gratuita, al contrario del fanatico reazionario, bensì dal tentativo di ribellarsi, alla maniera di un personaggio pirandelliano, ad un destino fatto di depressione e obbedienza ai dettami di una società malata, nella quale, ad esempio, chiunque può avere accesso a delle armi, tanto che persino un bambino conosce il funzionamento di un bazooka perché “l’ha visto in tv”. Appare evidente, dunque, lo scopo primario del film: denunciare l’inumanità dilagante nel 1993, anno di uscita del film, incentivata dalla “mutazione antropologica” di cui parlava già venti anni prima Pasolini.

Maria Elide Lovero

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