Come avvenne la nascita di Gesù: le fasce

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“ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». (Luca 2, 10-12)

La notte della nascita del Salvatore, un angelo del Signore proclamò ai pastori che il Messia era nato a Betlemme. L’angelo allora disse ai pastori di cercare il bambino e che lo avrebbero riconosciuto dalle fasce e sdraiato in una mangiatoia. Qual è il significato delle fasce e perché questo dovrebbe essere un “segno” (σημεῖον, semeion) di Dio per i pastori che riusciranno a identificare il Messia?

Fasciare un bambino nei tempi antichi era una pratica comune, che indicava che il bambino era convenientemente accudito. Nel libro del profeta Ezechiele si descrive simbolicamente la nascita di Israele e come a causa della sua malvagità, non è stato adeguatamente curato: “Quanto alla tua nascita, il giorno che nascesti l’ombelico non ti fu tagliato, non fosti lavata con acqua per pulirti, non fosti sfregata con sale, né fosti fasciata. ” (Ezechiele 16, 4).

Non troviamo nei testi dell’antichità una descrizione dettagliata di cosa avveniva dopo la nascita di un bambino. La descrizione di Ezechiele è ciò che normalmente accadeva nei tempi antichi, dove abitualmente ci sarebbe stata una levatrice che aiutava la madre del bambino.

Ciascuno di questi passaggi è importante: dopo il taglio del cordone ombelicale, il bambino veniva lavato con acqua per togliere liquido amniotico e il sangue presente durante la nascita. Il bambino poi veniva strofinato con una piccola quantità di sale, combinata probabilmente con olio d’oliva, come rimedio antibiotico per eliminare i germi che sarebbero stati presenti sulla sua pelle. Simbolicamente alcuni ritengono che l’uso del sale è abbinato ai sacrifici al tempio, che questo potrebbe significare una sorta di preparazione del bambino come offerta al Tempio “Condirai con sale ogni oblazione e non lascerai la tua oblazione priva di sale, segno del patto del tuo Dio. Su tutte le tue offerte metterai del sale”. (Levitico 2, 13). È probabile che le madri israelite vedessero la salatura del loro bambino come un modo per offrire simbolicamente il loro bambino al servizio del Signore. Dopo essere stato lavato e purificato col sale, il bambino veniva avvolto con lunghe fasce di lino. Queste bende avevano il compito di dare conforto al bambino, ed essendo strette, replicano la sensazione dell’utero. È anche possibile che le fasce fossero, almeno in alcune occasioni, contrassegnate in qualche modo per identificare di chi fosse il bambino. Alcuni autori, a ragione delle tradizioni ebraiche successive, hanno suggerito che queste bende fossero ricamate con simboli dell’ascendenza del bambino, come un leone, per quelli della stirpe di Davide.

Mi sono chiesto, perché le fasce dovrebbero essere un segno per i pastori? Ogni bambino normalmente è fasciato dopo la nascita.

Il testo di Luca, letto con attenzione, rivela la soluzione. L’evangelista scrive: « Un angelo del Signore si presentò a loro [i pastori], e la gloria del Signore li avvolse (greco: περιέλαμψεν periélampsen) di luce» (Luca 2, 9). Più avanti, invece, leggiamo che l’angelo disse ai pastori: «Troverete un bambino avvolto (greco: ἐσπαργανωμένον esparganoménon) in fasce» (Luca 2, 12). Da un lato vi è la gloria del Signore che «avvolge» i pastori di luce e dall’altra vi è il Bambino «avvolto» in fasce. La «gloria del Signore» nella teologia di Luca è sempre collegata alla resurrezione che il Padre conferisce a Gesù (Lc 9,26.31.32; 21,27; 24,26; At 7,55). Questo indica che il Bambino è di natura divina, è il «Salvatore-Cristo-Signore» (Lc 2,11), i tre titoli che Luca negli Atti attribuisce al Cristo Risorto. Tuttavia questa natura divina del Bambino non appare dall’esterno, non splende nessuna aureola di «gloria». Come uomo è rivestito di fasce come qualsiasi neonato. «Il Signore di gloria è avvolto in fasce», si canta nella liturgia bizantina[1].

Vi è, inoltre, un’affascinante analogia antitetica tra Le 2,7 e Lc 23,53: da un lato abbiamo, «…[Maria] diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia… » (Lc 2,7) e dall’altro, «[Giuseppe di Arimatea] calò [il corpo di Gesù] dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba…» (Lc 23,53). Vi è un collegamento tra le «fasce» di Maria e le «bende funerarie» di Giuseppe di Arimatea; tra nella «mangiatoia» e il «sepolcro»[2]. Nella mangiatoia il Verbo assume la nostra condizione umana che non abbandona nella resurrezione. Della nostra umanità ha abbandonato solamente l’aspetto debole e mortale, indicato dalle bende di cui era coperto. Le fasciature funerarie restano nella tomba, mentre Gesù risorge con la sua umanità permeata dallo splendore della gloria di Dio. Egli è il nuovo Adamo che torna nudo nell’Eden, come il primo Adamo, poiché l’amicizia con Dio era il suo manto[3].

Antonio Calisi

[1] 3 Vigilia di Natale, idiómelon di terza. Cfr. Anthològhiom tû olû eniautû, vol. 1, Roma 1967, p. 1238.

[2] Simile parallelismo è già insinuato da Tertulliano ( † dopo il 220), De carne Christi V, 1, CCL (= Corpus Christianorum Latinorum), 2, p. 880.

[3] Ippolito (sec. II), De Cantico Canticorum 25,5 (CSCO 264, p. 47); Efrem (†373), Commento al Vangelo concordato (XX,17.23; XXI,16: CSCO 145 pp. 209, 230, 232); Ambrogio (†397), In Lucam X, 110 (CCL 14/4, p. 377).

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