Lo scorso 7 novembre è stato rilasciato il quarto album in studio della cantante catalana Rosalía, “LUX”. I suoi precedenti lavori sono “El Mal Querer” (2018), più concettuale, lirico e narrativo, di cui abbiamo precedentemente parlato, e “Motomami” (2022), più innovativo e sperimentale dal punto di vista del suono e dell’identità dell’artista.

Immagine da Vanity Fair.
Oltre alla collaborazione con diversi artisti internazionali (Björk, Yves Tumor, Yahritza Y Su Esencia, Estrella Morante e Sílvia Pérez Cruz tra i tanti), “LUX” è stato registrato insieme alla London Symphony Orchestra e ai cori Orféo Català del Palau de la Música Catalana e della Escolanía de Montserrat, elementi di musica classica che esplicitano uno dei temi del disco: la spiritualità e la trascendenza.
Alcuni conservatori hanno già mosso diverse polemiche in merito a ciò o anche per la copertina dell’album che vede Rosalía in abiti monacali. Tuttavia, Rosalía è sì una stella del pop, ma prima di tutto una persona che ha ricercato consapevolmente la fede.
“LUX” è diviso in quattro parti come l’opera lirica che l’ha ispirato, la “Tosca” di Puccini (costituita, invece, da tre atti). Contenente 18 tracce (nella versione fisica), è scritto e cantato in 14 lingue diverse. Inoltre, l’ispirazione femminile di varie figure di sante e mistiche è stata per Rosalía molto forte, tant’è che ha ha dichiarato più volte in occasione di promozione dell’album di essersi ispirata a Giovanna d’Arco quando canta in francese in “Jeanne”, a Sun Bu’er per il cinese mandarino e a Miriam per l’ebraico in “Novia Robot”, a Santa Olga di Kiev per l’ucraino in “De Madrugá” (canzone che originariamente doveva far parte de “El Mal Querer”), a Ildegarda di Bingen per il tedesco in “Berghain” e a Rabi’a Al-Adawiyya per l’arabo in “La Yugular”, la canzone più poetica del disco che non a caso termina con uno stralcio di un’intervista a Patti Smith, cantautrice e poetessa, del 1976 a Stoccolma. Ma la lista non si ferma qui: è chiara l’ispirazione a Santa Teresa d’Avila in “Reliquia”, a Santa Rosa da Lima o alla filosofa francese Simone Weil o ancora nella canzone in siciliano “Focu ‘ranni” la storia di Santa Rosalia che annulla le sue nozze all’ultimo momento è simile a quella della cantante. Ancora, Rosalía canta in inglese, con l’importante conservazione del suo accento, nella propria lingua, il catalano, in “Divinize”, in giapponese e latino in “Porcelana”, in italiano seppur con qualche errore non corretto in “Mio Cristo Piange Diamanti”, in portoghese in “Memória” in cui collabora con Carminho, una delle voci più simboliche del fado, genere musicale popolare di Lisbona.
Album tanto sofisticato quanto ricercato a livello tecnico, è stato anticipato di qualche giorno dal singolo “Berghain”. Nel video musicale, nelle faccende di vita quotidiana Rosalía è circondata da un’orchestra, che simboleggia i suoi pensieri intrusivi, poi, per far sistemare il suo cuore rotto, si reca prima dal cardiologo e in seguito dal gioielliere per riparare la sua medaglietta a forma di cuore. I riferimenti narrativi sono molti, dalla fiaba di Biancaneve all’artista spagnola Pilar Albarracín al cortometraggio “After Hours” di Phillip Kaminiak girato proprio all’interno del Berghain, discoteca di Berlino, tempio della musica techno.
È ricorrente questa contrapposizione tra mondo terreno, in cui alberga la violenza (y las llantas), e mondo divino, sede celeste di Dio e dei santi, a cui si deve aspirare per trovare la pace e la salvificazione.
Dopo un percorso di riflessione interiore fatto di compromessi e interrogativi sulla natura e piega della propria fama, Rosalía ritorna sulla scena musicale con un album dall’anima profondamente europea plurilingue, dal substrato cattolico controriformista e intriso del misticismo seicentesco, ma che parla a tutto il mondo.
Sofia Fasano










