“Il saltimbanco della fantasia” è un libro sospeso tra realtà e immaginazione, tra memoria personale e storia collettiva. Una galleria di personaggi e racconti nella quale la città di Bari diventa protagonista.
Ci sono libri che raccontano una storia e libri che, attraverso tante storie, riescono a raccontare un mondo. Il saltimbanco della fantasia di Pietro Fabris, pubblicato da Edizioni Radici Future nella collana Radici, appartiene a questa seconda categoria.
Già il titolo suggerisce la chiave di lettura dell’opera: quella di un saltimbanco, figura capace di muoversi sul filo, tra realtà e immaginazione, tra il sorriso e la malinconia, tra la memoria e il sogno. È proprio su questo sottile equilibrio che Fabris costruisce il suo universo narrativo.
Al centro del libro c’è soprattutto la memoria di una città, Bari, osservata attraverso il trascorrere del tempo e restituita al lettore attraverso racconti, personaggi, atmosfere e frammenti di vita. Non è però una memoria statica, celebrativa o semplicemente nostalgica. È una memoria che si trasforma, che si lascia contaminare dalla fantasia e che, proprio grazie all’immaginazione, riesce a riportare in vita ciò che sembrava definitivamente perduto.
Le strade, le case di pietra, i vicoli e gli scorci della città sembrano quasi uscire dalle pagine per diventare parte integrante della narrazione.
La copertina stessa del volume suggerisce questo viaggio: un uomo percorre solitario un antico vicolo pugliese, mentre davanti a lui si apre l’orizzonte del mare. È un’immagine che può essere letta come una metafora dell’intero libro: camminare dentro il passato senza smettere di guardare verso il futuro.
Fabris sembra infatti utilizzare la città come una grande scenografia della memoria. Bari non è soltanto il luogo nel quale le vicende sono ambientate, ma diventa progressivamente un vero e proprio personaggio: una presenza capace di custodire le tracce delle generazioni, le trasformazioni sociali, i sogni e le delusioni degli uomini che l’hanno abitata.
Uno degli elementi più originali dell’opera è il modo in cui le diverse storie entrano in relazione tra loro. Il riferimento ai “frattali” non è casuale: ogni racconto possiede una propria identità, ma contemporaneamente sembra riflettere e richiamare gli altri.
È una struttura che ricorda il funzionamento stesso della memoria umana. Un’immagine ne richiama un’altra; un volto riporta a un episodio; un luogo riapre una storia. Nulla procede necessariamente in linea retta.
Il lettore viene così condotto attraverso un mosaico narrativo nel quale i singoli frammenti contribuiscono progressivamente a delineare un’immagine più ampia.
Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più affascinanti del libro: la realtà viene ricomposta attraverso i frammenti della memoria e reinventata attraverso la fantasia.
Il protagonista ideale del volume è dunque il “saltimbanco” evocato dal titolo: una figura che rappresenta l’artista, il narratore, ma anche ogni uomo che non vuole rinunciare alla propria capacità di immaginare.
In una società sempre più dominata dalla velocità, dall’apparenza e dalla ricerca dell’immediato, la fantasia può sembrare un lusso. Fabris sembra invece suggerire il contrario: immaginare è un modo per conoscere più profondamente la realtà.
La fantasia non cancella la storia, ma permette di guardarla da un’altra prospettiva. Non sostituisce la memoria, ma la riaccende.
E così, accanto al sorriso e alla dimensione quasi fiabesca di alcune situazioni, emerge anche una riflessione più amara sulla condizione dell’artista e sul rapporto tra creatività e società contemporanea.
Il fascino del libro nasce proprio dall’impossibilità di tracciare un confine netto tra ciò che appartiene alla realtà e ciò che nasce dall’immaginazione.
Fabris gioca con questa ambiguità e invita il lettore a lasciarsi guidare. I personaggi diventano figure narrative capaci di incarnare emozioni, aspirazioni, sconfitte e speranze; la città diventa teatro; la memoria si trasforma in racconto.
Ne nasce un’opera che non chiede semplicemente di essere letta, ma di essere attraversata.
Come quel personaggio della copertina che procede lentamente lungo il vicolo, anche il lettore viene invitato a camminare dentro le pagine, lasciandosi sorprendere dagli incontri e dagli improvvisi cambi di prospettiva.
Il valore di Il saltimbanco della fantasia sta anche nella capacità di rivolgersi al lettore contemporaneo senza rinunciare alla forza del passato.
La memoria della città diventa infatti una domanda sul presente: che cosa rimane di ciò che siamo stati? E quanto della nostra identità continua a vivere nei luoghi, nei racconti e nelle persone che ci hanno preceduto? Sono interrogativi che rendono il libro più di una semplice raccolta di storie.
È un invito a recuperare il valore della memoria, non per rimanere prigionieri del passato, ma per comprendere meglio il presente.
Alla fine del viaggio resta soprattutto una sensazione: quella di aver incontrato un autore che non ha paura di affidarsi alla fantasia per parlare della realtà.
Ed è questa, forse, la scommessa più interessante di Pietro Fabris.
Raccontare la realtà attraverso il sogno. Raccontare una città attraverso i suoi frammenti. Raccontare il passato per interrogare il presente.
Il saltimbanco della fantasia è così un libro che parla di Bari, ma anche di qualcosa di molto più universale: il bisogno dell’uomo di conservare ciò che il tempo vorrebbe cancellare e di trasformare la memoria in racconto.
E mentre il saltimbanco continua il suo cammino, tra vicoli e orizzonti, resta al lettore una certezza: finché qualcuno continuerà a raccontare, la memoria non sarà mai davvero perduta.
Antonio Calisi








