El Conde, quando il dittatore è un vampiro

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Il nuovo film di Pablo Larraín è una fantastica – nel senso che si tratta di fantasia e anche nel senso che è geniale – rivisitazione del mito vampiresco che si impianta sulla storia thriller di un conflitto familiare. Una famiglia del tutto fuori dal normale.
Infatti, i cinque figli che si ritrovano al capezzale del padre in fin di vita sono niente poco di meno che i figli del vampiro comandante generale Augusto Pinochet, dittatore del Cile dal golpe del 1973 a discapito di Salvador Allende fino al 1990.
In una intervista al programma “El cine en la SER” il regista ha dichiarato “(Pinochet, ndt) Ha mandato in rovina se stesso, la sua famiglia e anche la gente che lo appoggiava. (…) Molta gente che appoggiava Pinochet dopo si risentì perché stava appoggiando qualcuno che veniva chiamato “ladro”. Come se agli occhi di queste persone in qualche modo era accettabile che fosse un assassino e che fosse accusato di violazioni contro i diritti umani perché questo faceva un “dittatore” che, tuttavia (ndt), salvò il suo Paese dal socialismo, però ciò (ovvero il fatto che venisse chiamato “ladro”, ndt) non era accettabile perché rubare effettivamente non è morale. È assurdo questo delirio etico che sicuramente ha dato inizio alle prime battute del film.”
La pellicola è una meravigliosa satira politica che presenta una realtà parallela nella quale Pinochet non solo è ancora tra noi, ma è anche un vampiro. Una prosecuzione storica acronica e macabra che, anche per l’uso del bianco e nero, è come un sogno nebbioso trasformato in un bagno di sangue. Un horror politico grottesco presentato alla scorsa edizione del Festival di Venezia e vincitore del premio per la miglior sceneggiatura originale, disponibile sulla piattaforma di streaming Netflix.

Sofia Fasano

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