I fantasmi di Bona Sforza al Teatro Petruzzelli: tre voci per una regina

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La stagione 2026 si apre con una scommessa: Bona Sforza di Zygmunt Krauze, su un libretto arduo di Vincenzo De Vivo, in coproduzione con l’Opera Krakowska. Due atti, tre lingue, tre cantanti per una sola protagonista: Nikoletta Hertsak (la Duchessina), Valeria Sepe (la Regina), (la Regina vedova). Sulla carta è l’idea più felice dello spettacolo; in scena trova però la sua smentita: le tre Bona non si contraddicono mai, procedono in parallelo invece che in tensione. Manca il punto di soglia — l’istante in cui una diventa l’altra, in cui il passaggio d’età e di potere si fa evento drammaturgico e non semplice successione di quadri.

Intorno a lei si muovono funzioni più che personaggi: Musgrave, Leone, Garcia, Giangregorio, Pugliese, Balducci. La trama di potere viene nominata, talvolta detta, ma quasi mai agita: resta sullo sfondo, evocata più che vissuta.

Sul podio, il maestro Piotr Sułkowski guida con mano sicura l’Orchestra e il Coro del Petruzzelli, preparato dal maestro Alfonso Caiani: pedali che gonfiano l’attesa, un tema ricorrente affidato agli archi come filo conduttore, molte citazioni, un’epica un po’ retorica, un refrain ossessivo e autocitazionista, quasi da suoneria polifonica d’altri tempi. Proprio in questo equilibrio si inserisce il gioco più scoperto della partitura: il Responsorio di San Nicola e Sanda Necole va pe mare fanno il loro ingresso testuale come marchio di provenienza, fuori tempo storico e drammatico, in un incrocio spericolato tra pop e tradizione. Il pubblico applaude, riconoscendo la propria città in scena — ma la scena, in quel momento, si blocca tra un sali-scendi poco leggibile delle imponenti strutture scenografiche e un continuo sinistra-destra che vorrebbe caricare ogni gesto di grandi significati simbolici.

Due circostanze accompagnano l’operazione, e meritano di essere ricordate non come nota a margine ma come parte della sua storia. Le scene di Luigi Scoglio sono state il suo ultimo lavoro: le recite gli sono dedicate, e in ogni quinta si può leggere oggi anche il congedo di un viaggiatore cerimonioso. E c’è una sovrapposizione che nessuno ha sottolineato a sufficienza, e che merita invece di essere richiamata con la dovuta ampiezza: nel maggio 1986 questo stesso Teatro Petruzzelli ospitò lo storico festival dedicato al genio del teatro polacco Tadeusz Kantor, con La classe morta, Wielopole Wielopole e Crepino gli artisti — La classe morta sarebbe poi tornata nel 1990. Nonostante l’irritazione del maestro, la cui moglie era stata derubata nel centro città, quella doppia presenza di Kantor a Bari fu una delle pietre miliari nei rapporti di diplomazia culturale fra Italia e Polonia, e cambiò la visione artistica di un’intera generazione di teatranti, attori e registi italiani.

scene da “Bona Sforza” – immagini di Clarissa Lapolla per la Fondazione Teatro Petruzzelli

Va ricordato, in questo stesso solco di memoria, il ruolo svolto dietro le quinte diplomatiche da un protagonista oggi compianto: Domenico Centrone, già Console Onorario della Repubblica di Polonia a Bari, che promosse numerose iniziative anche in collaborazione con l’Istituto di Cultura Polacca in Italia. Fu tra gli artefici storici del legame culturale fra le due città, un legame di cui questa produzione è insieme erede ed epigono.

La regia è di Michał Znaniecki, i costumi di Małgorzata Słoniowska, le luci di Dawid Karolak: un apparato imponente, che raccoglie applausi ancora prima che si canti. Resta, alla fine, un affresco ampio, costoso, ben eseguito — ma senza scavo sotto l’intonaco.

Carlo Coppola

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