La pace non è una parola, ma il modo in cui abitiamo il mondo. “La pace è integrità, che nasce prima di tutto, dal nostro agire quotidiano”. Le parole del cardinale Pierbattista Pizzaballa arrivano da Gaza e sembrano attraversare la distanza che separa quella terra martoriata dalle nostre strade, dalle nostre case, dalle nostre discussioni quotidiane. Arrivano con la forza delle cose semplici, proprio perché la pace, oggi, è diventata una parola consumata dall’uso: gridata nelle piazze, stampata sulle bandiere, pronunciata nei discorsi, esibita come una medaglia morale. Eppure, troppo spesso, mentre invochiamo la pace, coltiviamo il suo contrario.
La pace è diventata, paradossalmente, una delle parole più conflittuali del nostro tempo. Ci si divide persino su di essa. Si costruiscono confini ideologici invalicabili, si attribuiscono patenti di bontà e di colpa, si trasforma l’avversario in un nemico, fino a rendere impossibile persino ascoltarne la voce. E quando le idee non bastano più, quando il confronto si fa insopportabile, compare la forza dei prepotenti che muovono truppe e spingono tasti dalle loro poltrone comode come se tanti fossero solo piccoli soldatini di plastica . È la guerra, di chi è inebriato dal potere. Già, la guerra, quella dei corpi, delle armi, delle intimidazioni, delle parole usate come pietre.
Ma la pace, se vuole essere autentica, non può essere una posa.
È integrità. È coerenza tra ciò che proclamiamo e ciò che facciamo. È la capacità, come ricorda Pizzaballa, di riconoscere nell’altro il bisogno di amore. Una definizione che ha una radicalità quasi politica, perché significa che la pace comincia nel momento in cui l’altro smette di essere una categoria e torna a essere una persona. Per Primo Levi, la pace non è mai un semplice ritorno alla normalità o l’assenza automatica di guerre. Nel suo libro La tregua, la fine del lager e il ritorno a casa sono visti come un tempo sospeso e fragile, gravato dall’ombra profonda del passato e dalla consapevolezza che il male può sempre tornare. Quanti reduci tornano a casa con l’animo mutilato dal rancore?
Pizzaballa torna a Gaza, in una terra nella quale la pace non è una parola da pronunciare durante una manifestazione, ma la speranza elementare di tornare ad avere il diritto di vivere. Ed è forse proprio da lì che dobbiamo ripartire per comprendere quanto la parola “pace” sia stata impoverita. Per chi vive sotto le tende di bombe, la pace non è un concetto astratto: è una casa che rimane in piedi, un bambino che può andare a scuola, un ospedale che funziona, una madre che non teme per la vita dei propri figli. È il diritto di avere un domani.
La pace assume non riguarda soltanto i rapporti tra gli Stati, ma la qualità delle relazioni che costruiamo ogni giorno. Una società pacificata non è una società nella quale nessuno litiga. È una società nella quale il conflitto non viene trasformato automaticamente in odio, nella quale la differenza non diventa una colpa, nella quale il dissenso non viene considerato un tradimento.
La democrazia, consente di trasformare il conflitto in confronto. Ma la pace viene lentamente rosicchiata quando lasciamo che le sue conquiste vengano lese silenziosamente in modo quasi insignificante, dall’indifferenza quotidiana di chi si sente lontano dalle azioni di sterminio, perchè è convinto che un popolo sterminato è semplicemente un ramo potato dalla esigenze della terra che fa i conti con le proprie risorse. Quando ci abituiamo alla menzogna. Quando accettiamo che la verità sia soltanto quella che conferma le nostre convinzioni. Quando la libertà di chi non la pensa come noi diventa improvvisamente meno importante della nostra libertà e la fuga un rfugio sotto le macerie necessario. Quando la giustizia viene percepita come un ostacolo e non come la condizione della convivenza.
È così che le democrazie si indeboliscono: non sempre attraverso grandi colpi di Stato, ma attraverso piccole assuefazioni. Una libertà concessa in meno. Una parola censurata. Un diritto relativizzato. Una persona trasformata in bersaglio. Una minoranza considerata sacrificabile. Una verità piegata alla convenienza.
La pace, non può essere separata dalla democrazia. E la democrazia non può sopravvivere senza una cultura della pace.
Papa Giovanni XXIII aveva intuito che ogni credente dovrebbe essere “una scintilla di luce, un centro di amore, un fermento vivificatore nella massa”. È una responsabilità che può essere estesa ben oltre la fede religiosa: ogni cittadino dovrebbe essere una scintilla di responsabilità dentro la comunità. Perché nessuna società può delegare interamente la pace ai governi, ai diplomatici, ai generali o alle istituzioni internazionali. La pace ha bisogno delle istituzioni, certamente, ma nasce soprattutto dalla cultura con cui una società decide di guardare l’altro.
Umberto Zanotti Bianco lo aveva compreso in termini ancora più concreti: la pace non è soltanto assenza di guerra, ma il frutto della giustizia sociale, del rispetto della dignità umana, della fratellanza tra i popoli e del riscatto delle nazionalità oppresse. È una concezione straordinariamente moderna, perché ci ricorda che non può esserci pace stabile dove esistono umiliazione, povertà estrema, discriminazione e disuguaglianza senza speranza.
Martin Luther King aveva dato alla stessa intuizione una forza ancora più radicale: la pace non è semplicemente assenza di tensione, ma presenza di giustizia, amore e fratellanza. Gandhi aveva trasformato la pace in un metodo: non si può arrivare a una società giusta attraverso strumenti che riproducono violenza e dominio. La pace non è soltanto il risultato che speriamo di ottenere; deve essere già presente nel modo con cui scegliamo di agire.
Don Lorenzo Milani, con il suo “I care”, aveva portato questa responsabilità dentro la coscienza individuale. Mi importa. Ho a cuore. Non posso voltarmi dall’altra parte. La pace comincia anche da qui: dal rifiuto dell’indifferenza, dall’obiezione a quella forma di egoismo contemporaneo che ci permette di considerare normale tutto ciò che non accade dentro il nostro perimetro personale. Troppo spesso crediamo di essere degli eletti e il dolore degli altri non ci deve ledere. Siamo tutti in cammino verso la conversione dei nostri pensieri di certezza, della idea di superiorità, di essere una casta privileggiata. Il più grande peccato è quello di non avere più il senso del peccato, del dolore arrecato, ma il dolore è dolore che rende insonni.
E don Primo Mazzolari, con la sua ostinazione cristiana, ci ricorda che essere uomini di pace non significa vivere in pace con se stessi mentre il mondo va a pezzi. Significa assumere il peso del conflitto, senza diventare complici della violenza.
Anche Franco Battiato aveva cercato la pace in una dimensione diversa, più interiore e spirituale: nella possibilità di oltrepassare i confini, di sottrarsi alla prigionia delle identità assolute, di cercare attraverso il silenzio e la meditazione una luce capace di ricomporre ciò che la realtà divide. Non è una fuga dalla storia. È la consapevolezza che nessuna pace esterna può durare se l’essere umano rimane abitato dalla guerra.
Ed è forse questa la contraddizione più profonda del nostro tempo: pretendiamo la pace nel mondo senza voler rinunciare alle piccole guerre che combattiamo ogni giorno. La guerra nelle parole. La guerra sui social. La guerra tra appartenenze. La guerra contro chi ci appare diverso. La guerra permanente delle tifoserie politiche, culturali, identitarie.
Ci siamo convinti che essere forti significhi non arretrare mai. Che chiedere scusa sia una debolezza. Che cambiare idea sia una sconfitta. Che ascoltare l’avversario significhi legittimarlo. E così abbiamo trasformato il confronto in una competizione permanente, dimenticando che una democrazia non è un ring nè un gioco da tavolo nel quale qualcuno deve necessariamente vincere e qualcun altro essere annientato.
Papa Francesco parlava della pace come di un’opera “artigianale”: qualcosa che si costruisce giorno dopo giorno, dal basso, con pazienza, dialogo, incontro, giustizia e fraternità. Non una pace confezionata nei palazzi del potere, ma una pace costruita dalle persone. Una pace che rifiuta la logica secondo cui la guerra possa essere una soluzione definitiva. La guerra, al contrario, è il fallimento della politica, perché là dove la politica dovrebbe costruire un terreno comune, la violenza lo distrugge.
E la pace ha bisogno anche di giustizia internazionale, di diritto, di disarmo, di cura del creato. Non sono dimensioni separate. La terra sfruttata, il povero escluso, la minoranza perseguitata, il migrante respinto, il bambino cresciuto sotto le bombe appartengono alla stessa geografia morale.
La pace, dunque, è conveniente. Non nel senso meschino dell’interesse immediato, ma nel senso più alto della civiltà. È vantaggiosa perché costruisce futuro. È razionale perché permette alla vita di continuare. È concreta perché genera scuole, ospedali, lavoro, cultura, relazioni, fiducia. È, come è stato detto, una certezza e insieme una speranza: il destino possibile di una civiltà che abbia finalmente compreso che la forza non coincide con la violenza.
Essere operatori di pace, allora, non significa stare semplicemente dalla parte della pace quando la pace è facile. Significa esserlo quando è difficile. Quando l’altro ci irrita. Quando il dolore ci spinge alla vendetta. Quando la nostra parte ci chiede obbedienza. Quando il gruppo pretende uniformità, appiattimento. Quando sarebbe più semplice odiare che comprendere.
La pace comincia precisamente lì.
Comincia nel gesto minuscolo con cui decidiamo di non umiliare qualcuno. Nel coraggio di ascoltare una voce diversa. Nella capacità di distinguere il dissenso dall’odio. Nella scelta di non condividere una menzogna soltanto perché rafforza la nostra parte. Nel rifiuto di considerare sacrificabile la dignità di qualcuno.
È questo il significato più profondo delle parole di Pizzaballa: la pace deve essere integrità. Prima ancora di essere un trattato, una frontiera, una risoluzione dell’ONU o una stretta di mano tra potenti, deve essere un modo di stare al mondo. Le tante realtà come
Gaza ci ricordano quanto può costare l’assenza di pace. Le nostre società ci ricordano, ogni giorno, quanto sia facile smettere di costruirla.
Tra queste due realtà passa una responsabilità comune.
Perché la pace non è ciò che invochiamo quando il mondo brucia.
È ciò che facciamo, ogni giorno, per impedire che cominci a bruciare.
Pietro Fabris










