
Syuzanna Avetisyan, Pietro Parolin, Bedros Minassian e Boris Sahakyan
Una veglia di preghiera per la pace ha caratterizzato, nella serata di lunedì 26 ottobre, le celebrazioni romane per il trentacinquesimo anniversario dell’indipendenza della Repubblica di Armenia. L’iniziativa, promossa dall’Ambasciata d’Armenia presso la Santa Sede con S. E.Boris Sahakyan, si è svolta nella chiesa di San Nicola da Tolentino, appartenente al Pontificio Collegio Armeno, davanti a un pubblico composto da rappresentanti ecclesiastici, diplomatici e ospiti. Erano presenti l’ambasciatore d’Armenia in Italia Vladimir Karapetyan con la gentile consorte Lilit Nazarian. Al rito hanno preso parte il patriarca di Cilicia degli armeni cattolici, Raphaël Bedros XXI Minassian, il segretario di Stato cardinale Pietro Parolin e l’arcivescovo Khajag Barsamian, delegato patriarcale per l’Europa occidentale e rappresentante della Santa Sede di Etchmiadzin presso la Santa Sede. La serata si è aperta con gli inni dell’Armenia, del Vaticano e del Sovrano Militare Ordine di Malta, per poi proseguire con la preghiera comune, accompagnata dalle invocazioni e dalle melodie degli sharakan, i canti sacri della tradizione armena.

Un momento della preghiera per la pace
Nel suo intervento il patriarca Minassian ha affermato che la libertà armena affonda le radici in una storia millenaria e in una profonda eredità cristiana. La libertà autentica, ha precisato, non si esaurisce nella sovranità politica, ma richiede giustizia, responsabilità, impegno per il bene comune e fedeltà alla patria. Il patriarca ha poi riconosciuto il ruolo della diaspora, che non è semplice lontananza geografica ma testimonianza viva dell’unità del popolo armeno, e ha richiamato le difficoltà attuali: la sicurezza dei confini, la condizione degli sfollati, i rischi per il patrimonio cristiano, la povertà e la scarsità di prospettive per i giovani. Ha infine ringraziato la Santa Sede per la vicinanza, ricordando l’ospedale di Ashotsk voluto da Giovanni Paolo II, e ha assicurato la disponibilità della Chiesa armeno-cattolica a collaborare con la Chiesa apostolica e con le istituzioni statali.
Il cardinale Parolin ha ricordato l’avvio delle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Armenia nel maggio 1992 e ha sottolineato il primato di quella nazione, la prima ad abbracciare il cristianesimo, nel 301. Richiamando il khachkar, la croce di pietra simbolo dell’identità armena, il porporato ha ripreso la definizione di Giovanni Paolo II, che chiamava gli armeni «popolo della croce» nel cuore, per le vicende che hanno accompagnato la sua storia, e ha indicato nel monte Ararat l’immagine di una storia che riparte sotto il segno della speranza. Sulla scorta degli insegnamenti di Leone XIV, ha quindi auspicato una pace disarmata e disarmante, fondata su dialogo, amore e giustizia, e non sulla forza militare, che sia duratura nel Caucaso meridionale.

L’intervento di S.E. Sahakyan
L’ambasciatore armeno presso la Santa Sede, Boris Sahakyan, ha sottolineato il valore storico dell’indipendenza e il suo legame con l’identità nazionale, la cultura e l’eredità spirituale. Rievocando la coincidenza del 21 settembre con la Giornata internazionale della pace dell’ONU, ha espresso gratitudine alla Santa Sede e a Leone XIV, richiamando le visite di Giovanni Paolo II nel 2001 e di Francesco nel 2016. La veglia si è conclusa con un invito alla pace, all’unità e alla fratellanza tra i popoli.
M. Siranush Quaranta








