
controverso ritratto di San Gregorio di Narek
L’arte monumentale e la scultura pubblica occupano da sempre uno spazio nevralgico nell’identità di una nazione. Se l’architettura traccia il perimetro dell’abitare, la statuaria incarna la memoria tangibile, offrendo al passante un modello visibile in cui rispecchiarsi. Quando tuttavia la libertà stilistica dell’artista devia in modo marcato verso l’eccentricità o la deformazione per fini ideologici, per il gusto del compiacimento o solo per ansia di novità, il dialogo tra l’opera e la collettività rischia di spezzarsi, trasformando la celebrazione solenne in una controversia estetica. Negli ultimi anni, diversi monumenti eretti in Armenia o dedicati alle sue figure armene simboliche hanno riacceso il dibattito sui confini della licenza artistica e sul senso della misura. L’analisi di alcuni casi recenti ed emblematici evidenzia come il confine tra eccesso di espressivismo drammatico e la resa grottesca, talvolta involontaria sia estremamente fragile. Alcuni casi sono ben noti:
Arno Babajanian presso il Teatro dell’Opera (2003). Eretta dallo scultore David Bejanyan e su progetto dall’architetto Levon Igityan per rendere omaggio al genio del pianista e compositore, l’opera spinge l’Espressionismo al limite. Le dita allungate a dismisura e la postura esasperatamente contorta del corpo al pianoforte non restituiscono l’estasi della creazione musicale, bensì una dolorosa deformazione anatomica che richiama le manifestazioni di movimenti spastici involontari.
San Gregorio di Narek nei Giardini Vaticani (2018). Opera dello scultore Davit Yerevantsi e dell’architetto Mikayel Asratyan, il monumento in bronzo dedicato al grande mistico, poeta e Dottore della Chiesa intendeva coniugare l’iconografia dei codici miniati con le forme sferiche dell’architettura sacra armena. Tuttavia, i volumi contratti del manto e i tratti fisionomici hanno finito per evocare nell’immaginario popolare alla figura del druido Panoramix della serie animata di Asterix, Il particolare tono lucido del bronzo, riflettendo la luce, richiama inoltre ad una statua di cioccolato di quelle che si ammirano nell’annuale festa pergugina. In particolare: il naso pronunciato, le rughe d’espressione sulla fronte e l’aria ostentatamente solenne, ostentatamente saggia e leggermente severa richiamano perfettamente lo stereotipo del vecchio sacerdote dei racconti celtici.
Altro caso noto è monumento a Mahatma Gandhi (2021). Realizzata da Arshak Karapetyan e collocata a Yerevan, la statua del leader della non-violenza indiana soffre di un’involontaria sovrapposizione anatomica e fisionomica: la resa della calvizie, alcuni tratti del volto, e la postura hanno spinto alcuni critici a ravvisarvi i lineamenti del Primo Ministro Nikol Pashinyan, durante la marcia della cosiddetta “Rivoluzione di Velluto” trasformando l’opera in un ambiguo pretesto tra satira politica e … adorazione del leader.
Ultima ma solo in ordine di tempo è la statua di Karen Demirchyan dinanzi all’Arena di Yerevan che ne porta il nome (2023). Realizzato da Sargis Babayan (con l’architetto Levon Arakelyan), il monumento raffigura lo storico leader politico mentre cammina a falde larghe con il suo lungo paltò al vento, che sembra ventolare come un mantello, verso il Complesso Sportivo e Concertistico. L’impostazione slanciata e la rigidità del drappeggio, il fisico asciutto sotto il cappotto sfiancato ricordano da vicino il design di Capitan Harlock, il celebre corsaro spaziale nato dalla matita di Leiji Matsumoto: un’estetica da eroe romantico da anime che stride con il rigore architettonico tardo-sovietico dello sfondo.
Di fronte a casi in cui la ricerca espressiva sfocia nell’irriconoscibilità o nel parossismo, sorge una riflessione cruciale: fino a che punto la sperimentazione individuale può prescindere dalla responsabilità pubblica? Se la libertà stilistica dell’artista è un valore intoccabile nel chiuso dell’atelier, lo spazio urbano e il monumento celebrativo esigono un conto stringente con il senso della realtà e della tradizione e con la compostezza di Demirchyan.

In tutte queste creazioni nel tempo qualcuno ha dimenticato che un’opera pubblica non appartiene unicamente al suo creatore, o ai committenti più o meno noti, ma alla comunità che la vive e la contempla. Quando lo scultore smarrisce il contatto con l’armonia delle proporzioni e con la verità storica del personaggio raffigurato, l’effetto desiderato, seppur congruo, rischia di trasformarsi in una mancanza di rispetto verso la memoria.
La creatività armena, terra di frontiera ricolma di valori estetici d’Oriente e d’Occidente, si riflette direttamente nella sua secolare civiltà artistica: dalle linee severe delle Croci di Pietra, alle proporzioni perfette delle architetture medievali di Ani, Noravank e Tatev. In questo contesto, l’arte è sempre stata un pilastro etico prima ancora che estetico, un atto di rigore, resistenza e testimonianza identitaria. Proprio per questa ragione, la critica verso le derive caricaturali o scomposte della scultura contemporanea non nasce da uno sterile rifiuto del moderno, ma dal desiderio profondo di proteggere quell’equilibrio tra valori etici, perizia tecnica e solennità formale che è insito nello spirito armeno. In una terra dove la pietra parla la lingua dell’eternità, l’arte pubblica ha il dovere di mantenersi all’altezza della sua storia, offrendo forme capaci di sfidare il tempo anziché cedere alle stravaganze dell’epimero.
Carlo Coppola









