Un “momento di Nicea” per tutti i cristiani: l’omissione del Filioque del Papa fa vibrare le corde dell’unità

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Un gesto, un silenzio carico di significato: stavolta, il Credo recitato dal Papa non conteneva la celebre espressione latina “e dal Figlio” (Filioque). Il motivo? Una scelta deliberata, fatta non per ignorare la tradizione, ma per offrire un segno di apertura e cammino verso l’unità cristiana. E le reazioni non si sono fatte attendere: molti parlano già di un “momento di Nicea rivissuto”.

Durante la celebrazione ecumenica che ha commemorato il 1.700º anniversario del primo concilio ecumenico — tenutasi ad Ιznik, l’antica Nicea — Papa Leone XIV si è unito a ventisette capi di Chiese cristiane: ortodosse, orientali, protestanti. Insieme hanno recitato la versione greca originale del Credo niceno-costantinopolitano. Nel testo recitato non figurava il Filioque.

Il gesto, dal punto di vista ecumenico, assume un valore simbolico altissimo: non si tratta solo di un atto formale, ma di un gesto che vuole essere «segno di fratellanza e di apertura» tra tradizioni che da quasi un millennio portano il peso di divisioni dogmatiche e storiche.

L’aggiunta del Filioque — secondo la quale lo Spirito Santo procede “dal Padre e dal Figlio” — non fa parte del testo formulato dai concili antichi di Nicea (325) e Costantinopoli (381).

Per la tradizione cristiana orientale, questa aggiunta rappresentò una modifica teologicamente significativa: toccava la comprensione trinitaria dello Spirito Santo e la relazione interna tra le Persone divine. Per secoli questo ha costituito uno dei nodi fondamentali dello scisma tra Oriente e Occidente.

È importante sottolineare che l’omissione del Filioque non equivale a una dichiarazione di cambio dottrinale. Come ha precisato lo stesso Papa, la Chiesa non ha mutato le sue convinzioni tradizionali.

Tuttavia, il gesto riveste un’importanza simbolica enorme: nella prassi dell’unità liturgica, esso dimostra che la Chiesa può rendere presente la sua comunione profonda nella fede, senza modificare le rispettive tradizioni. È un invito a pregare insieme “con ciò che ci unisce”, piuttosto che segnalare ciò che ci divide.

Nel suo discorso a Nicea, Papa Leone XIV ha richiamato i cristiani al significato reale del Credo: non mero esercizio rituale, ma confessione di fede in Cristo come «Verdetto di salvezza, luce per l’umanità» e difesa della piena divinità del Figlio.

In un tempo segnato da guerre, persecuzioni e conflitti religiosi, questo gesto – la recita del Credo senza Filioque — si fa segno di una Chiesa che sceglie la carità, la fraternità e la pace come terreno di dialogo. Come il Papa stesso ha auspicato, può essere l’inizio di un cammino di rinnovata cooperazione e comunione tra le Chiese.

Appare chiaro è che la recita congiunta del Credo, senza Filioque, rappresenta un segno forte di apertura. È un atto che richiama le radici comuni della fede cristiana: quelle radici piantate a Nicea e Costantinopoli.

L’unità cristiana non è un optional: è parte stessa della dignità e della testimonianza della Chiesa.

Che questo “momento di Nicea rivissuto” possa generare “frutti abbondanti di pace”, come ha auspicato il Papa, e far germogliare speranza e comunione in tutta la Chiesa universale.

Antonio Calisi

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