Il Giorno della Memoria

Dalla liberazione di Auschwitz alla scelta del termine Shoah

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Il 27 gennaio 1945, le truppe dell’Armata Rossa varcarono i cancelli del complesso concentrazionario di Auschwitz-Birkenau, nei pressi della cittadina polacca di Oświęcim. Quella data segna simbolicamente l’inizio della fine di quello che sarebbe stato poi definito il più sistematico sterminio della storia moderna.

Olocausto e Shoah: una distinzione non solo semantica

Il termine Olocausto, dal greco holókauston (bruciato interamente), indica etimologicamente un sacrificio religioso in cui la vittima viene completamente consumata dal fuoco. Diffusosi nel mondo anglosassone a partire dal dopoguerra con l’espressione The Holocaust, il termine si impose rapidamente nel lessico internazionale.

Tuttavia, l’ente israeliano Yad Vashem, istituito nel 1953 con legge della Knesset e operativo già dal 1951, ritenne opportuno adottare il termine ebraico Shoah (שואה), che significa «catastrofe», «distruzione». La scelta non fu casuale: si volle evitare di attribuire un valore sacrale e teologico a un crimine perpetrato dalla Germania nazionalsocialista.

In Occidente, il termine Shoah si diffuse ampiamente anche grazie al monumentale documentario di Claude Lanzmann del 1985. In Italia, fu ufficializzato dalla Legge 211/2000, che istituì il Giorno della Memoria per commemorare le vittime dello sterminio nazista.

Perché Israele rifiutò la connotazione religiosa del termine Olocausto?

Le ragioni furono molteplici e profonde.

In primo luogo, alcuni temevano che l’uso di una terminologia sacrificale potesse alimentare interpretazioni pericolose, come l’idea che la nascita dello Stato di Israele nel 1948 fosse una sorta di «ricompensa divina» per il «sacrificio» dei sei milioni. Questa visione fu respinta dalla maggior parte della teologia ebraica post-bellica: lo sterminio non fu un prezzo da pagare, ma un crimine assoluto.

In secondo luogo, la teologizzazione dell’evento avrebbe rischiato di attribuire, paradossalmente, un valore quasi sacerdotale ai carnefici del Terzo Reich, suggerendo che le vittime fossero state immolate per un disegno superiore.

La questione dei numeri: rigore storico, non revisionismo

Negli ultimi decenni, il dibattito sui dati numerici della Shoah è uscito dalle aule accademiche per entrare nella sfera pubblica, spesso alimentando fraintendimenti e strumentalizzazioni.

È un fatto documentato che testate come il New York Times e l’American Hebrew citassero la cifra di «sei milioni» già nei primi decenni del Novecento:

1906: Il New York Times riporta notizie sui pogrom russi che minacciavano i sei milioni di ebrei dell’Impero zarista.

1911: Max Nordau avverte dell’annientamento di sei milioni di persone a causa delle politiche antisemite russe.

1919: Martin Glynn pubblica sull’American Hebrew l’articolo «The Crucifixion of Jews Must Stop!», parlando di sei milioni di ebrei europei ridotti alla fame.

1921: Il New York Times lancia un appello per soccorrere i sei milioni di ebrei in Russia e Ucraina, devastate dalla guerra civile.

La storiografia moderna chiarisce che tale cifra non era una «premonizione simbolica», bensì il dato demografico reale della popolazione ebraica residente nell’Europa orientale (la cosiddetta Zona di Residenza) costantemente minacciata da pogrom, carestie e persecuzioni.

Analogamente, la revisione negli anni Novanta delle stime relative ad Auschwitz-Birkenau, passate dai quattro milioni (cifra sovietica basata sulla capacità teorica dei forni crematori) a circa 1,1-1,5 milioni (stima fondata sui registri di trasporto e i documenti delle SS), non ha ridimensionato la portata della tragedia. Al contrario, ha permesso agli storici di ricostruire con maggiore precisione la geografia dello sterminio: i campi di Treblinka, Sobibór, Bełżec, e le fucilazioni di massa perpetrate nelle foreste dell’Est europeo, la cosiddetta «Shoah dei proiettili» (Shoah by bullets).

Questa evoluzione dei dati non è sintomo di incertezza, ma il risultato di un’indagine storiografica rigorosa che non teme il confronto con gli archivi. La distinzione tra «Olocausto» e «Shoah» si inserisce proprio in questo solco: abbandonare la narrazione del sacrificio mistico per abbracciare la realtà di un crimine burocratico e sistematico, documentato pezzo dopo pezzo, numero dopo numero.

Il dovere della memoria come atto di civiltà

La scelta del termine Shoah rappresenta, in ultima analisi, un atto di onestà intellettuale e di rispetto verso le vittime. Non martiri di un sacrificio divino, ma esseri umani annientati da una macchina statale che trasformò l’odio in procedura amministrativa.

Hannah Arendt, nel suo celebre resoconto sul processo Eichmann, coniò l’espressione «banalità del male» per descrivere come l’orrore possa nascere non da demoni, ma da funzionari che eseguono ordini senza interrogarsi sulla loro mostruosità. La Shoah ci insegna che il male assoluto può annidarsi nella normalità burocratica.

Primo Levi, sopravvissuto ad Auschwitz, scrisse in I sommersi e i salvati:

«È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.»

Levi ci ammonisce: la memoria non è un esercizio retorico, ma una vigilanza attiva. Ricordare significa riconoscere i meccanismi che resero possibile l’impensabile, affinché non si ripetano.

Elie Wiesel, premio Nobel per la Pace e anch’egli sopravvissuto, affermò:

«Il contrario dell’amore non è l’odio, è l’indifferenza. Il contrario della vita non è la morte, è l’indifferenza.»

È l’indifferenza dei vicini, delle nazioni, delle istituzioni, che permise allo sterminio di compiersi sotto gli occhi del mondo.

Oggi, nel Giorno della Memoria, non celebriamo un lutto rituale: assumiamo una responsabilità. La Shoah non fu una tragedia del destino, ma una scelta umana, e proprio per questo può essere prevenuta da scelte umane. Conoscere la storia, custodirne i documenti, tramandarne le testimonianze: questo è l’unico antidoto all’oblio e alla ripetizione.

Come scrisse George Santayana: «Chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo.»

La memoria, dunque, non è solo un tributo ai morti: è un debito verso i vivi e verso chi verrà dopo di noi.

Francesco Saverio Masellis

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