Chi scrive è un paziente che, per un banale incidente, sta attraversando un periodo complicato. Tutto è iniziato l’8 Gennaio u.s., dall’arrivo al pronto soccorso dell’ospedale di Molfetta per una ferita lacero-contusa al polpaccio di una gamba. Qui, dieci ore di attesa fra malati abbandonati al loro destino, persone anziane lasciati su barelle improvvisate, la stanza che accoglie il TRIAGE senza riscaldamento, praticamente l’inferno!
Per stare in tema, dopo dieci punti di sutura si ritorna a casa. Siamo solo al preambolo, ora si comincia a scalare il Golgota. La cura della ferita si presenta problematica: tra le prime medicazioni dal medico di base e successive con infermieri professionali, nessun miglioramento all’orizzonte. Dopo circa un mese, uno spiraglio di luce! Mi viene suggerito il nome di una dottoressa in forza all’ospedale Don Tonino Bello: Anna Morgese. La contatto e subito si mette a disposizione suggerendomi la procedura per una prima visita e successivo programma terapeutico che a tutt’oggi sto ancora attuando. Medicazioni dolorose che grazie alla dottoressa e al suo collaboratore Vincenzo Capalbo, infermiere professionale esperto nella gestione avanzata delle lesioni cutanee, stanno portando alla guarigione della ferita.
In questi giorni si sta parlando del deficit sanitario nella nostra regione, relativo al 2025 che ammonterebbe a 369 milioni di euro circa; dopo l’incontro del Dipartimento Salute della Regione Puglia, dirigenti del Ministero Economia e Finanze e Ministero della Salute, tenutasi a Roma ai primi di Marzo. Pare che tra le criticità che hanno determinato questa passività è emerso che, quella che più ha inciso, è stata la mobilità passiva (pazienti che vanno a curarsi in altre regioni italiane). Ora aspettiamo le azioni necessarie al ripianamento della spesa pregressa, certamente a carico della collettività!!
Non era più opportuno analizzare e capire il perché questa mobilità passiva?
Una risposta, nel mio piccolo forse l’ho trovata. Quando-ancora oggi- mi reco per la rituale medicazione al reparto di vulnologia diretta dalla dottoressa Morgese, è come entrare in un cerchio infernale dantesco: anziani in carrozzina, malati con ambedue le gambe fasciate per ulcere vascolari, malati con ferite acute e croniche per complicanze diabetiche che aspettano ore e ore il loro turno in corridoio. Quando finalmente si riesce ad accedere nella stanza per medicazioni, l’impatto non è dei migliori: un vano angusto, dove per accedere su lettino bisogna districarsi tra scrivania, qualche sedia, scatoloni e perfino nuovi macchinari sanitarie ancora imballati che aspettano di essere collocate (dove??) per la diagnostica e terapia inerenti le patologie del caso. Solo grazie all’abnegazione e la professionalità della dottoressa e dell’infermiere, scaturita dalla loro passione per il proprio lavoro, che riescono tra mille difficoltà ad avere un rapporto empatico con i pazienti. Intanto fuori nella estenuante attesa, i pazienti e loro familiari non lesinano malcontento anche con piccole contestazioni.
In questo modo non viene apprezzato il lavoro dei due sanitari che dal 2024 riescono a portare avanti la loro missione (fino ad oggi quasi 7.000 prestazioni ambulatoriali, più di 350 consulenze ospedaliere, oltre alle visite domiciliari).
Questo è quanto constato personalmente. Si fanno programmi per nuovi ospedali e non si incrementa l’efficienza di quelli esistenti, sia con altro personale che con una logistica all’altezza delle necessità degli ammalati. Abbiamo la fortuna di avere medici, infermieri, operatori sanitari che danno l’anima per essere accanto a questi, magari sacrificando i propri affetti; non aspettiamo che anche loro emigrano verso lidi più rassicuranti e confacenti alle loro aspettative.
Persone con solida preparazione, indiscussa professionalità e tanta umanità che li porta a guardare i malati non come pazienti generici, ma come fratelli sofferenti.
Giuseppe Dagostino
