
Home Page del portale EmoPuglia
La Regione Puglia a partire dal 2023 ha compiuto un importante passo avanti nella modernizzazione del sistema sanitario regionale con il lancio di EmoPuglia, il sistema informativo dedicato alla medicina trasfusionale. Questa innovazione tecnologica sta trasformando radicalmente la gestione delle donazioni di sangue e degli emocomponenti su tutto il territorio pugliese. Il nuovo sistema consente di tracciare in tempo reale ogni fase del processo, dalla donazione alla trasfusione, garantendo massimi standard di sicurezza e qualità. Grazie a questa piattaforma digitale, è possibile monitorare costantemente le scorte di sangue ed emocomponenti nei diversi centri trasfusionali pugliesi, ottimizzando la distribuzione delle risorse. La piattaforma in costante evoluzione si integra con le strutture sanitarie già esistenti, permettendo una comunicazione fluida tra i vari centri trasfusionali aderenti.
Anche per i donatori, EmoPuglia significa maggiore trasparenza e facilità nell’accesso alle informazioni attraverso il portale loro dedicato accessibile all’indirizzo portale-donatori.sanita.regione.puglia.it raggiungibile con il proprio SPID. Il sistema – che è in costante acquisizione di archivi e dati dalle precedenti piattaforme – permette di consultare online la propria storia donazionale, ricevere promemoria personalizzati e, dove già attivo, prenotare gli appuntamenti per le donazioni in modo più semplice e veloce. Gli operatori sanitari, dal canto loro, potranno contare su strumenti più efficaci per la gestione clinica. Il sistema automatizza molte procedure burocratiche, liberando tempo prezioso da dedicare all’assistenza diretta ai pazienti. Inoltre, la digitalizzazione completa dei dati garantisce una migliore tracciabilità e riduce ulteriormente e ancor più drasticamente il rischio di errori umani.
A partire dal 1 luglio 2025 anche i dati del Centro Trasfusionale del Policlinico di Bari confluiranno sul medesimo sistema. Il servizio, che è in fase di implementazione, prevede al momento che le analisi dei donatori siano visibili a partire dalle 12 ore successive la donazione in modo ancor più intuitivo e rapido. Attualmente le strutture in cui è possibile prenotare la donazione attraverso EmoPuglia sono: nella Città Metropolitana di Bari sono il San Paolo e il Di Venere di Bari, il “Don Tonino Bello” di Molfetta e l’Ospedale Della Murgia “Fabio Perinei” di Altamura; nella BAT il “Mons. Di Miccoli” di Barletta; nella provincia di Brindisi l’Ospedale “Perrino”; per la Provincia di Foggia gli “Ospedali Riuniti”; per la provincia di Lecce il “Vito Fazzi” e il “Sacro Cuore di Gesù” di Gallipoli e per la provincia di Taranto il “Santissima Annunziata” di Taranto, l’Ospedale della Valle d’Itria di Martina Franca e il San Pio di Castellaneta. Per gli altri permangono i sistemi digitali finora utilizzati ma si prevede che le attese saranno presto colmate.
Carlo Coppola
Due presunte opere dell’Antichità: la Tiara di Saitaferne e il Gigante di Cardiff (da Wikipedia)
Quante volte ci è capitato di ricevere su WhatsApp notizie clamorose che poi si sono rivelate bufale? O di vedere sui social media foto “storiche” completamente inventate? Nell’era di internet e dei deepfake, l’arte dell’inganno sembra aver raggiunto vette inedite. Eppure, guardando alla storia, scopriamo che l’essere umano ha sempre avuto un rapporto complesso con la verità e una fascinazione irresistibile per l’incredibile.
Immaginiamo per un momento di vivere nel 1872, in un’epoca in cui l’elettricità muoveva i primi passi e il petrolio iniziava a cambiare il mondo. In questo contesto, l’annuncio dell’inventore americano John Worrell Keely fece l’effetto di una bomba: aveva creato una macchina capace di produrre energia infinita senza alcun combustibile. Il “Pneumatic Pulsating Vacuo Engine” di Keely aveva una caratteristica unica: funzionava solo quando l’inventore suonava il violino. Le “vibrazioni musicali”, spiegava, attivavano il meccanismo segreto. Per 27 anni, questa storia convinse investitori facoltosi, tra cui la vedova Clara Bloomfield-Moore, che investì l’equivalente di oltre 50 milioni di euro di oggi. La verità, scoperta solo nel 1898, era ben diversa: sotto il pavimento del laboratorio si nascondeva un sistema di tubi collegato a una macchina a vapore in cantina. Non era il violino ad azionare il tutto, ma un semplice pedale nascosto. Oggi, sostituendo la macchina di Keely con promesse di criptovalute miracolose o investimenti “garantiti” sui social, il meccanismo resta identico: sfruttare i sogni delle persone per il proprio tornaconto. Molto prima che Neil Armstrong mettesse piede sulla Luna, nel 1835 il “New York Sun” aveva già “scoperto” la vita sul nostro satellite. Il giornale pubblicò una serie di articoli sensazionali attribuiti all’astronomo John Herschel: dal Capo di Buona Speranza, attraverso un telescopio rivoluzionario, aveva osservato foreste di pini, fiumi cristallini e creature simili a pipistrelli umanoidi che volavano sulla superficie lunare. La notizia fece il giro del mondo in poche settimane. Persino l’Accademia delle Scienze francese propose di inviare una commissione per verificare le scoperte. Solo in seguito si scoprì che tutto era frutto della fantasia di due giornalisti che volevano aumentare le vendite del quotidiano. Il parallelo con le fake news odierne è evidente: anche allora, una notizia sensazionale e apparentemente credibile poteva diffondersi rapidamente e ingannare persino gli esperti. La differenza principale è che oggi, grazie a internet, il processo è molto più veloce ma anche più facilmente verificabile. Nel 1896, il celebre museo parigino acquistò per l’equivalente di quasi 15 milioni di euro odierni una magnifica tiara d’oro, presumibilmente offerta nel III secolo a.C. dal popolo greco di Olbia al re scita Saitaferne. L’opera, di fattura squisita, scatenò dibattiti accesi tra gli esperti di tutto il mondo. La verità emerse solo nel 1903: l’orafo russo Israel Rouchomovsky confessò di aver creato la tiara nel suo laboratorio di Odessa. Il caso divenne emblematico dei rischi del mercato antiquario e dell’importanza della verifica scientifica. Questa vicenda ci ricorda quanto sia importante, anche oggi, verificare l’autenticità delle informazioni prima di condividerle. Quante volte condividiamo sui social articoli senza controllare le fonti, trasformandoci involontariamente in diffusori di notizie false? Nel 1869, alcuni operai che scavavano un pozzo a Cardiff, nello stato di New York, fecero una scoperta straordinaria: un gigante di pietra lungo tre metri, apparentemente fossilizzato. La notizia attirò folle di curiosi e studiosi illustri. Il “Gigante di Cardiff” divenne un fenomeno mediatico dell’epoca, girando gli Stati Uniti come attrazione itinerante. La verità? Era opera del tabaccaio George Hull, che aveva scolpito la statua per vincere una discussione con un pastore metodista sull’esistenza dei giganti biblici, il pastore successivamente arrivò addirittura a identificare la statua come la pietrificazione della moglie di Lot, di cui si parla Bibbia, incurante che il manufatto presentasse un vistoso attributo maschile (appositamente occultato) e che si fosse verificato non essere di sale ma di comune pietra locale.
Questi casi storici ci insegnano che il successo di una mistificazione dipende da alcuni fattori sempre attuali: sfrutta desideri e paure collettive, coinvolge apparenti autorità credibili, e si diffonde rapidamente attraverso i media dell’epoca. Oggi la velocità di diffusione è enormemente aumentata, ma paradossalmente abbiamo anche più strumenti per verificare le informazioni. Il problema è che spesso non li utilizziamo, preferendo condividere immediatamente ciò che conferma le nostre convinzioni o che ci emoziona.
Prima di credere a una storia troppo bella o troppo terribile per essere vera, facciamoci qualche domanda in più. Dal moto perpetuo di Keely alle catene di Sant’Antonio su WhatsApp, dal “Gigante di Cardiff” alle foto false che circolano su Instagram, l’essere umano sembra avere una costante fascinazione per l’straordinario. E forse, in fondo, è proprio questa nostra curiosità – anche quando ci porta fuori strada – a rendere possibili sia le più grandi mistificazioni che le più grandi scoperte della storia. La differenza tra genio e ciarlatano, tra informazione e disinformazione, spesso sta nei dettagli. E nell’importanza di verificare sempre le fonti, oggi più che mai.
Carlo Coppola
Le intolleranze alimentari rappresentano un tema di crescente rilevanza nella società moderna, influenzando non solo la salute individuale ma anche le scelte alimentari e produttive delle aziende. In particolare, la Puglia si distingue per la qualità dei suoi prodotti, con un focus su Altamura, dove le aziende locali si impegnano a soddisfare le esigenze di chi soffre di intolleranze. Le intolleranze alimentari sono reazioni avverse del corpo a determinati alimenti, che possono manifestarsi attraverso sintomi gastrointestinali, dermatologici e sistemici. A differenza delle allergie, che coinvolgono il sistema immunitario, le intolleranze alimentari sono spesso legate a difficoltà nella digestione di specifiche sostanze, come il lattosio o il glutine. Dal punto di vista medico, le intolleranze alimentari possono derivare da vari fattori, tra cui: Genetica: Alcune persone possono predisposizioni genetiche che rendono più difficile la digestione di certi alimenti. Stile di Vita: Una dieta sbilanciata e lo stress possono influenzare la salute intestinale, aggravando le intolleranze. Microbiota Intestinale: La composizione del microbiota intestinale gioca un ruolo cruciale nella digestione e nell’assorbimento dei nutrienti. Con l’aumento delle intolleranze alimentari, la domanda di prodotti alimentari adatti è cresciuta esponenzialmente. Le aziende alimentari sono chiamate a rispondere a questa esigenza, offrendo alternative che garantiscano sicurezza e gusto. La Puglia, e in particolare Altamura, è un esempio di come le aziende locali stiano affrontando questa sfida. Qui, produttori innovativi stanno creando alimenti che non solo rispettano le esigenze di chi ha intolleranze, ma esaltano anche le tradizioni culinarie locali. Le intolleranze alimentari non devono essere un ostacolo alla buona alimentazione. Con l’impegno delle aziende locali, in particolare quelle di Altamura, è possibile trovare prodotti di alta qualità che soddisfano le esigenze di tutti. La Puglia si conferma così un esempio virtuoso di come tradizione e innovazione possano convivere per garantire salute e benessere. La sfida ora è continuare a sensibilizzare il pubblico e le aziende sulla necessità di produrre alimenti che rispettino le diverse esigenze dietetiche, affinché ogni individuo possa godere di una dieta sana e gustosa.
Antonio Calisi
Sta per iniziare l’ultima settimana di ferie per il paddock del Motomondiale che il fine settimana successivo a Ferragosto sarà di scena a Spielberg per il Gran Premio d’Austria. Tuttavia, con i motori spenti è il mercato a fare rumore e al Red Bull Ring ci sarà un nuovo volto nel box di MSi Racing.
La squadra spagnola, vincitrice del mondiale Moto2 l’anno scorso con Ai Ogura, saluta Eric Fernandez e accoglie Unai Orradre che eredita la sella di proprietà ad inizio stagione di Sergio Garcia. Il pilota di La Rioja, cresciuto nelle derivate di serie e con a referto una vittoria e altri tre podi in Supersport 300, non sarà all’esordio assoluto nella classe di mezzo: infatti lo scorso anno ha sostituito Alex Escrig in Forward durante il GP di San Marino. Per lui il telaio Boscoscuro non sarà una novità in quanto è lo stesso che utilizza nel JuniorGP con il team Ciatti occupando la prima posizione in graduatoria.
Orradre avrà così mezza stagione per dimostrare agli addetti ai lavori di meritare una chance a tempo pieno nel Motomondiale. Per quanto concerne Fernandez, La Bala potrebbe tornare nell’Europeo Moto2 nonostante lo scorso giugno abbia di fatto abbandonato il team FAU55 di Hector Faubel per sposare la causa mondiale. Il classe 2006 ha effettuato un salto troppo grande per la sua crescita. Un passo indietro può essere di grande aiuto per la sua carriera.
Foto: www.larioja.com/
Paolo Gabriel Fasano
Cartolina storica della spiaggia in località “La Cappella
L’intervento, dal roboante titolo “Riconversione ciclopedonale di collegamento dell’area residenziale pubblica di via Firenze con rifunzionalizzazione dell’area a verde pubblico di via Papa Giovanni XXIII”, non pare prosegua. Né si conosce la ragione del ritardo nell’esecuzione dei lavori da parte dell’appaltatore, l’impresa BITELLA S.r.l. di Ginosa (Ta). L’opera, compresa nella più ampia progettazione urbanistica ad iniziativa della Città Metropolitana nel programma “Abitare i borghi: luoghi dell’acqua e della cultura” è finanziata con un’assegnazione di € 614.100,00 di provenienza del PNRR e con l’apporto di € 75.900,00, dal bilancio comunale. E’ un progetto approvato dalla Giunta Sollecito, sin dal dicembre 2022 (DGC n.234/2022), che prevede la costruzione di una ciclopedonale di collegamento tra l’area urbana nelle vicinanze di via Firenze e la zona periferica della località “La Cappella” che dovrebbe essere completamente sistemata e funzionalizzata a verde pubblico. Il cantiere per il tramite del progettista, nonché Direttore dei Lavori, Arch. Ciocia Koltsidas Giuseppe di Bari, è stato aperto il 18 gennaio 2024 con il vincolo a carico dell’impresa appaltatrice di portare a termine la realizzazione entro 300 giorni da tale data.
Allo stato si è provveduto a riconvere a una specie di corsia ciclopedonale il tratto di marciapiede di via Bari, lato mare, fino alla località Ponte e il segmento terminale di via Papa Giovanni XXIII. Invece, l’area da rifuzionalizzare a parco pubblico in località “La Cappella”, fino al confine con la cala Santo Spiriticchio, è recintata da una reticolo in plastica rosso e, in parte, da reti metalliche, senza che sia stata posta in essere alcuna altra opera a parte lo sradicamento delle piante ivi esistenti e alcuni lavori di risistemazione di cordoli e un movimento terra per farne una pista ciclistica anche rialzata.
Con un provvedimento del Dirigente del 3° Settore, a settembre scorso (D.D. n.147/2024), l’impresa Bitella, come da sua richiesta, è stata autorizzata a subappaltare i lavori di arredo a verde dell’area stessa, per un importo di poco meno di € 150.000,00, escluso IVA, alla ditta GRI.MA di Terlizzi.
Non è possibile, comunque, poter rilevare se la ditta GRI.MA sia mai entrata in cantiere per porre in essere un qualche lavoro preliminare per la piantumazione di nuove essenze, anche perché sul cartello che segnala i termini e le condizioni dell’appalto, aggiudicato a seguito gara, per un importo di € 521.522,84, IVA inclusa, non risulta alcuna segnalazione dell’avvenuto subappalto alla ditta GRI.MA medesima.
Può essere che un cantiere rimanga abbandonato così a lungo senza alcuna adeguata protezione e segnalamento stradale che lo confini? L’area stessa è invasa in certe parti da sterpaglia secca cui si accumulano anche rifiuti.
Perché tanto ritardo nella definizione di un appalto anche di un certo valore per quel che è l’impegno economico dell’opera, in parte anche di provenienza delle casse comunali?
Giuseppe Maldarella

San John Henry Newman ritratto da John Everett Millais (credits wikipedia)
Il 31 luglio 2025 ha segnato una data storica per la Chiesa cattolica: Papa Leone XIV ha ufficialmente confermato il conferimento del titolo di Dottore della Chiesa Universale a San John Henry Newman, il celebre teologo e cardinale inglese del XIX secolo. La decisione è stata annunciata durante un’udienza privata con il Cardinale Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi.
La proclamazione di Newman come Dottore della Chiesa rappresenta il culmine di un percorso di riconoscimento iniziato con la sua beatificazione nel 2010 da parte di Papa Benedetto XVI e proseguito con la canonizzazione celebrata da Papa Francesco nel 2019. Ora, con questo nuovo titolo, la Chiesa riconosce ufficialmente l’eccellenza della sua dottrina teologica e il suo contributo fondamentale al pensiero cristiano. Il Santo Padre Leone XIV ha confermato il parere unanime della Sessione Plenaria dei Cardinali e Vescovi del Dicastero, testimoniando l’importanza che la Chiesa attribuisce all’eredità intellettuale e spirituale di Newman. Questo riconoscimento colloca il santo inglese tra i grandi maestri della fede, accanto a figure come San Tommaso d’Aquino, Santa Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce. John Henry Newman, nato a Londra il 21 febbraio 1801 e morto a Edgbaston l’11 agosto 1890, fu una figura di straordinaria complessità intellettuale e spirituale.
La sua conversione dall’anglicanesimo al cattolicesimo nel 1845 segnò non solo la sua vita personale, ma influenzò profondamente il dibattito teologico dell’epoca vittoriana. Come fondatore dell’Oratorio di San Filippo Neri in Inghilterra, Newman seppe coniugare rigore accademico e vita spirituale, dimostrando come l’esperienza mistica e la ricerca intellettuale possano armoniosamente convivere. I suoi contributi spaziano dalla teoria dello sviluppo della dottrina cristiana alla riflessione sul ruolo dei laici nella Chiesa, dalla filosofia della religione agli studi patristici, dalla pedagogia universitaria alla spiritualità oratoriana. La sua opera Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana (1845) rimane un testo fondamentale per comprendere come la tradizione cattolica si evolva mantenendo la propria identità essenziale, mentre i suoi scritti sulla coscienza religiosa dell’uomo contemporaneo hanno anticipato molte riflessioni del Concilio Vaticano II. Il conferimento del dottorato ecclesiale sottolinea l’attualità del pensiero newmaniano, particolarmente rilevante in un’epoca di dialogo ecumenico e di confronto con la modernità. La sua capacità di conciliare fede e ragione, tradizione e innovazione, autorità ecclesiale e libertà di coscienza, continua a ispirare teologi, pastori e fedeli in tutto il mondo, offrendo strumenti preziosi per navigare le sfide contemporanee della Chiesa.
Carlo Coppola
Nell’epoca digitale, il cellulare è diventato un elemento fondamentale della nostra vita quotidiana. Si tratta di uno strumento potente, capace di connetterci al mondo, ma se non viene utilizzato con attenzione, può rivelarsi una fonte di rischi. Come genitori, è cruciale educare i nostri figli a muoversi in questo ambiente virtuale con buon senso e consapevolezza.
Un genitore informato sa che il cellulare non è soltanto un mezzo di comunicazione, ma un accesso diretto a Internet, con tutte le sue insidie. La tecnologia può essere un alleato, ma è nostro compito orientare i giovani verso un utilizzo sicuro.
Anche se i nostri figli possono avere maggiore esperienza nell’uso della tecnologia, non dobbiamo confondere competenza con maturità. È essenziale stabilire regole chiare e monitorare l’utilizzo del dispositivo.
Cosa puoi fare
Familiarizza con il dispositivo: Conosci le funzionalità del cellulare di tuo figlio. Scopri gli strumenti di controllo parentale e le impostazioni di sicurezza.
Imposta dei limiti: Definisci le regole riguardo all’uso del telefono. Quando è permesso utilizzarlo? Quali applicazioni sono appropriate? È importante comunicare chiaramente queste norme e le conseguenze in caso di violazione.
Esegui controlli periodici: Avere accesso alla password del telefono è fondamentale. Non esitare a verificare i contenuti per garantire un utilizzo responsabile.
Insegna valori etici: Trasmetti ai tuoi figli l’importanza dell’integrità e dell’autodisciplina. Un ragazzo con solidi valori morali è più incline a prendere decisioni sagge.
Educare i propri figli a un uso responsabile dello smartphone rappresenta una delle sfide più significative per i genitori odierni. Conoscere il dispositivo, stabilire limiti, effettuare controlli e insegnare valori morali sono passi fondamentali per garantire che i nostri ragazzi possano navigare nel mondo digitale in modo sicuro e consapevole. La tecnologia può essere un grande alleato, ma è essenziale che i nostri giovani imparino a utilizzarla con saggezza.
Antonio Calisi

L’attaccante Gegham Kadymyan (credits: wikipedia)
L’acquisizione di Gegham Kadimyan da parte dell’Unitas Sciacca – che milita nel campionato di Eccellenza regionale siciliano – rappresenta molto più di un colpo di mercato: è un ponte culturale tra Armenia e Sicilia. Nato ad Artashat (antica capitale dell’Armenia) il 19 ottobre 1992, il neoacquisto ha uno stile assolutamente duttile, avendo giocato nella sua carriera sia come centravanti che come esterno offensivo. Può vantare dodici presenze e tre gol in nazionale, ha scelto la città siciliana per proseguire la sua carriera.
La presenza armena in Sicilia ha radici antiche, consolidate nei secoli attraverso scambi commerciali e culturali. Ultimo esempio in ordine di tempo è stata la Medaglia di Gratitudine conferita dal Presidente della Repubblica d’Armenia al medico palermitano Francesco Paolo Guarnieri, distintosi per ragioni umanitarie. “Ho scelto Sciacca perché ho percepito la serietà del progetto”, ha dichiarato Kadimyan, parole che echeggiano le storie di tanti armeni che hanno trovato in Sicilia una seconda patria.
Formatosi nella squadra dell’Ararat, prestigioso club armeno, Kadimyan porta esperienza internazionale al club agrigentino, essendosi distinto con la sua nazionale durate le qualificazioni per Mondiali 2022 e per gli Europei 2024. Ignazio Rizzuto, presidente dell’Unitas Sciacca ha commentato: “Siamo orgogliosi di aver portato un giocatore di questo livello. Rappresenta un salto di qualità e un segnale delle nostre ambizioni”.
L’arrivo coincide con l’intensificarsi delle relazioni italo-armene volute che con gli ultimi tre ambasciatori dell’Armenia in Italia e con l’incremento delle relazioni tra Italia e Armena e la pubblicazione di un saggio specifico sull’argomento. Il calcio, dopo l’incontro tra nazionale italiana e armena giocato a Palermo nel 2019 torna ad essere nuovamente veicolo di integrazione culturale, rafforzando legami storici già consolidati.
Kadimyan, che ha già iniziato l’allenamento con i compagni, sarà disponibile per l’esordio stagionale. I tifosi attendono con entusiasmo di vederlo allo stadio “Gurrera”, mentre la società punta a un campionato di vertice. Un piccolo ma significativo capitolo dei rapporti tra popoli che il Mediterraneo unisce attraverso cultura, sport e umanità.
Carlo Coppola

Edoardo Giacomo Boner e Musa Crociata (credit: Carlo Coppola)
Nel panorama letterario italiano di fine Ottocento, una figura singolare emerge dalle nebbie del tempo: Edoardo Giacomo Boner, poeta e germanista siciliano la cui voce si levò in difesa dei popoli oppressi d’Oriente. La sua raccolta Musa Crociata, pubblicata nel 1897, testimonia un impegno civile che travalica i confini nazionali per abbracciare le sofferenze dell’umanità, con particolare attenzione alla tragedia armena.
Nato il 29 febbraio 1864 a Messina da padre svizzero e madre italiana, Boner incarnava già dalla nascita quella dimensione cosmopolita che avrebbe caratterizzato tutta la sua esistenza. La formazione multiculturale, unita alle difficoltà economiche familiari sopraggiunte nel 1883, forgiò un intellettuale dalla sensibilità particolare, capace di percepire le sofferenze altrui come proprie.
“La coscienza di appartenere contemporaneamente a più mondi diversi” – come scrisse il critico Luciano Zagari – definisce perfettamente la personalità di questo singolare personaggio. Il mondo tradizionale siciliano si mescolava in lui con quello della nuova Italia unitaria, mentre la tradizione classica conviveva con le suggestioni delle letterature nordiche che studiava come germanista.
Dopo aver insegnato tedesco a Catania, dal 1893 fu lettore di lingua e letteratura tedesca all’Università di Messina, fino ad ottenere nel 1906 la cattedra presso l’Università di Roma. Una carriera brillante, tragicamente interrotta dal terremoto di Messina del 28 dicembre 1908, che lo colse durante un soggiorno nella città natale.
La raccolta Musa crociata, edita nel 1897 dalla torinese Roux Frassati, rappresenta il momento più maturo della produzione poetica di Boner. Il titolo stesso rivela l’ambizione dell’opera: una “crociata” in versi contro le ingiustizie del tempo, condotta con gli strumenti della poesia civile ottocentesca.
Discepolo di Mario Rapisardi, famoso poeta catanese, Boner aveva assimilato la lezione della poesia “educativa e magniloquente”, contrapponendola a quello che considerava il “vacuo sacerdozio della forma” dei movimenti decadenti emergenti. La sua era una poesia che aspirava a essere strumento di denuncia e di riscatto morale, erede della tradizione foscoliana e manzoniana.
Ma cosa rendeva “crociata” questa musa? La risposta va cercata nel contesto storico dell’epoca e nella sensibilità particolare del poeta.
Gli anni Novanta dell’Ottocento furono segnati da una delle pagine più buie della storia armena moderna: i massacri hamidiani del 1894-1896, che decimarono la popolazione armena dell’Impero Ottomano suscitando l’indignazione dell’opinione pubblica europea. Per un intellettuale come Boner, formatosi sui valori dell’umanesimo europeo e sensibile alle questioni delle nazionalità oppresse, era impossibile rimanere indifferente.
La sua formazione germanistica gli offriva una prospettiva privilegiata sulle dinamiche politiche e culturali dell’Europa centro-orientale, dove le questioni nazionali e religiose si intrecciavano drammaticamente. L’Armenia, antica nazione cristiana stretta nella morsa dell’Impero Ottomano, rappresentava per molti intellettuali europei il simbolo della lotta tra civiltà e barbarie, tra cristianesimo e Islam.
Boner, con il suo “idealismo umanitario contrapposto alla brutalità della politica di potenza”, non poteva che schierarsi dalla parte delle vittime. La “crociata” del titolo assume così una duplice valenza: letteraria e morale, poetica e politica. Era la crociata di un intellettuale del Sud Italia che guardava all’Oriente non con gli occhi del colonialista, ma con quelli del solidale.
La figura di Boner emerge come quella di un “intellettuale ponte”, capace di mettere in comunicazione culture diverse grazie alla sua formazione multiculturale. Il figlio dell’immigrato svizzero diventato siciliano, il germanista che insegnava nel Mezzogiorno d’Italia, il poeta che cantava le sofferenze di popoli lontani: in lui si concentravano le tensioni e le aspirazioni di un’epoca di trasformazioni.
La sua attenzione per l’Armenia si inserisce in un quadro più ampio di solidarietà verso i popoli oppressi, caratteristico di molti intellettuali progressisti dell’epoca. Ma in Boner questa solidarietà assumeva sfumature particolari, legate alla sua esperienza personale di chi aveva conosciuto la precarietà economica e l’instabilità sociale.
Oggi, a più di un secolo dalla sua scomparsa, Edoardo Giacomo Boner merita di essere riscoperto non solo come testimone di un’epoca, ma come esempio di intellettuale engagé. La sua “Musa crociata” ci parla di un tempo in cui la poesia si sentiva investita di una missione civile, in cui l’arte non poteva rimanere indifferente alle tragedie della storia.
La sua attenzione per la questione armena anticipa sensibilità che sarebbero diventate centrali nel Novecento, quando il genocidio del 1915 avrebbe definitivamente aperto gli occhi del mondo sulla fragilità delle minoranze nell’era degli Stati-nazione. Boner, con la sua poesia umanitaria, aveva già intuito che la sorte dei popoli oppressi non poteva lasciare indifferenti gli intellettuali europei.
In un’epoca come la nostra, segnata da nuove tragedie e nuove oppressioni, l’esempio di questo poeta siciliano-svizzero che alzò la voce per gli Armeni lontani ci ricorda che la cultura, quando è autentica, non conosce confini geografici o barriere etniche. La sua “crociata” poetica resta un monito: l’indifferenza non è mai un’opzione per chi ha il privilegio della parola.
Bibliografia essenziale:
Carlo Coppola
Dante, nella sua opera De vulgari eloquentia, propone una visione originale della creazione dell’uomo. Contrariamente a quanto riportato nella Genesi, sostiene che Adamo parlò nel momento stesso della sua creazione, pronunciando il nome di Dio come primo atto di gioia e lode. Questo atto non è solo un gesto di adorazione, ma rappresenta anche la manifestazione della divinità nell’essere umano. Secondo Dante, il linguaggio umano è intrinsecamente teologico, un movimento di preghiera che si colloca al confine tra l’abisso dell’ignoto e la luce della conoscenza.
Nel Paradiso, Adamo rivela che inizialmente chiamò Dio “Io”, mentre successivamente l’umanità si riferì a lui come “El”. Questo cambiamento segna una perdita di conoscenza di sé e una distanza dal divino, poiché l'”Io” umano non è più in grado di designare la pura coscienza. La figura di Adamo è emblematicamente associata al “pomo”, simbolo di desiderio e di ricerca della felicità. Dante, attraverso la sua poesia, esplora il significato di questo frutto, sottolineando come Adamo, in uno stato di esilio esistenziale, cercasse al di fuori di sé ciò che era già in lui.
Adamo spiega che la sua espulsione dall’Eden non è stata causata dal semplice atto di mangiare il frutto, ma dalla trasgressione del segno, un atto che ha oscurato la sua coscienza. Questa mancanza di conoscenza di sé ha portato a una ricerca insaziabile di significato nel mondo esterno. L’idea che le cose finite non possano soddisfare il desiderio umano di infinito è centrale nella riflessione dantesca.
Il “pomo” di Adamo può essere interpretato come un simbolo dell’Eucarestia, il vero cibo spirituale. Nelle cantiche del Paradiso, il canto culmina in un inno di lode, il Sanctus, che introduce Adamo come l’Eucarestia introduce la celebrazione della Messa. La sacramentalità dell’Eucarestia rappresenta un segno stabile che partecipa alla realtà che denota, incarnando l’essenza dell’essere umano come creatura redenta.
Dante propone che la vera lingua, quella che esprime la lode e la conoscenza di sé, è quella che si avvicina all’ideale adamico. In questa lingua, l’umano e il divino, il finito e l’infinito, si uniscono in un’unica espressione di significato. La Commedia di Dante, attraverso la sua evoluzione da poesia di lode a teodia, diventa un poema sacramentale che collega cielo e terra.
La riflessione di Dante sull’Eucarestia e sulla conoscenza di sé offre una visione profonda della condizione umana. Attraverso l’analisi di Adamo e del suo esilio, Dante invita il lettore a riscoprire la propria identità divina e a riconoscere che la vera conoscenza di sé è la chiave per tornare all’unione con il divino. La sua opera ci esorta a diventare, come Adamo, segni viventi della divinità, in una continua ricerca di significato e di verità.
Antonio Calisi