Ancora contro gli armeni: cimitero di Istanbul e Patriarcato di Gerusalemme, la mappa dell’intolleranza

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Nel giro di poche settimane, due episodi distinti ma difficilmente scindibili da un più ampio contesto di crescente ostilità hanno colpito la comunità armena, in due luoghi simbolo della sua storia e della sua fede: il cimitero della chiesa di Surb Karapet a Istanbul e il monastero di San Giacomo a Gerusalemme, sede del Patriarcato armeno di Terra Santa.

Nella notte tra il 7 e l’8 luglio scorsi, ignoti sono penetrati nel cimitero della chiesa armena di Surb Karapet, nel quartiere di Üsküdar, l’antica Scutari sulla sponda asiatica della metropoli turca. Sei lapidi sono state danneggiate insieme a una fontana commemorativa all’interno del camposanto. Il Patriarcato Apostolico Armeno di Costantinopoli ha denunciato l’accaduto come un attacco a un luogo sacro e al riposo eterno dei defunti, mentre le autorità turche hanno aperto un’indagine che ha portato al fermo di un sospettato.

L’episodio si inserisce in una storia purtroppo non nuova: i luoghi della memoria armena in Turchia — chiese, cimiteri, monasteri abbandonati dopo il genocidio del 1915 — restano da decenni esposti a vandalismi e incuria, testimonianza di una ferita mai davvero rimarginata.

Pochi giorni dopo, nella notte tra sabato 1° e domenica 2 agosto, un nuovo episodio ha colpito la comunità armena, questa volta a Gerusalemme. Intorno all’una di notte, un gruppo di sei ebrei religiosi — cinque minorenni e un adulto — si è presentato davanti all’ingresso del monastero di San Giacomo, nel Quartiere Armeno della Città Vecchia, sede del Patriarcato armeno e residenza del suo massimo esponente locale. Secondo le testimonianze video diffuse sui social e riprese da diverse testate, tra cui il Times of Israel, gli assalitori si sono avvicendati nello sputare e colpire ripetutamente il portone d’ingresso della struttura, per poi lanciare pietre contro le mura del complesso monastico.

Quando una donna armena residente nella zona ha iniziato a filmare la scena da una finestra della propria abitazione, il gruppo ha reagito lanciando pietre contro i vetri della sua casa e rivolgendole insulti pesanti. La polizia israeliana, allertata dai residenti, è intervenuta e ha fermato tutti e sei i responsabili: tre sono stati raggiunti da un provvedimento di allontanamento che vieta loro l’accesso alla Città Vecchia per quindici giorni, mentre per gli altri tre gli inquirenti hanno chiesto la proroga della custodia cautelare.

Il Patriarcato armeno di Gerusalemme ha presentato una denuncia formale alle autorità e ha rivolto un appello pubblico all’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, chiedendo che episodi di questo tipo vengano finalmente riconosciuti e perseguiti come reati d’odio.

I due episodi, per quanto diversi per dinamica e contesto, si iscrivono in una tendenza che le Chiese di Terra Santa denunciano ormai da tempo come strutturale e non più occasionale. Un rapporto del Religious Freedom Data Center, citato dal sito giordano Abouna.org, ha registrato tra aprile e giugno 2026 ben 83 attacchi contro cristiani a Gerusalemme, quasi il doppio rispetto al trimestre precedente: sputi, aggressioni fisiche, minacce, insulti, atti vandalici e lanci di pietre contro chiese e monasteri, spesso opera di giovanissimi, in alcuni casi persino incoraggiati dalle proprie famiglie.

Solo pochi mesi fa una religiosa francese era stata spinta a terra e colpita a calci da un estremista sul Monte Sion, episodio che aveva suscitato dure condanne internazionali. Wadie Abunassar, coordinatore del Forum dei cristiani di Terra Santa, ha parlato apertamente di “matrice razzista”, sottolineando che non basta arrestare gli aggressori: occorre indagare sui contesti che alimentano l’odio e applicare sanzioni realmente dissuasive, tanto più — ha osservato — in un momento in cui settori dell’estremismo di destra israeliano sembrano convinti di poter agire impunemente.

La comunità armena di Gerusalemme, la più antica diaspora armena al mondo, è presente in Terra Santa fin dal IV secolo e conta oggi circa duemila persone raccolte attorno all’antico Quartiere Armeno. Una presenza che, tra vendite contestate di terreni, pressioni di gruppi di coloni e ora aggressioni dirette ai luoghi di culto, si trova a difendere non solo la propria sicurezza fisica, ma il diritto stesso a restare, dopo secoli di storia, in una delle città più sacre del mondo.

Gli episodi di Istanbul e di Gerusalemme, pur nella loro diversità, raccontano la stessa cosa: la vulnerabilità di un popolo che porta ancora, nella memoria e nella carne, il peso del genocidio del 1915, e che oggi si trova a fronteggiare nuove forme di intolleranza, in luoghi che dovrebbero essere, per definizione, inviolabili.

Carlo Coppola

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