Il nome di Steve Jobs è scritto nella storia del capitalismo americano con caratteri d’oro. Fondatore di Apple, visionario, il figlio adottivo di Paul e Clara Jobs ha cambiato per sempre il modo in cui l’umanità comunica e si relaziona con la tecnologia. Eppure, dietro il mito del genio californiano si nasconde una storia meno conosciuta: quella di un uomo cresciuto all’ombra di un genocidio, nutrito da una famiglia le cui radici affondano nella diaspora armena.
Clara Hagopian nacque nel 1924 nel New Jersey, figlia di Louis Hagopian e Victoria Artinian, due sopravvissuti fuggiti dall’Impero Ottomano. Il padre Louis era originario di Malatya, città dell’Anatolia dove vivevano circa ventimila armeni, quasi tutti sterminati dopo il 1915. La madre Victoria era nata a Smirne, rasa al suolo nel 1922. I due erano scappati appena in tempo, portando con sé poco più della vita. Come decine di migliaia di rifugiati, si stabilirono negli Stati Uniti, e fu a San Francisco che Clara crebbe, accanto alla madre e alla nonna anziana.

Clara e Paul genitori adottivi di Steve Jobs
Nel 1946 Clara incontrò Paul Jobs, meccanico della Guardia Costiera appena congedato. Si sposarono dieci giorni dopo il primo incontro. Una gravidanza extrauterina aveva tolto a Clara la possibilità di avere figli, così nel 1955 adottarono un neonato. Lo chiamarono Steve. Quel bambino, figlio biologico di una studentessa americana e di un immigrato siriano, sarebbe diventato Steve Jobs. “Erano i miei genitori al mille per cento“, disse Jobs a Walter Isaacson per la biografia del 2011.
Clara morì nel 1986. Ma quello che aveva trasmesso al figlio adottivo non era solo amore: era una memoria, una lingua, un dolore collettivo. Steve Jobs parlava armeno a livello conversazionale — non un dettaglio da poco, perché una lingua si impara solo se è viva in casa, se qualcuno la porta dentro di sé ogni giorno.
La prova più diretta di quanto quella storia lo avesse segnato arrivò nel 2007, durante un viaggio in Turchia con la famiglia. L’ultimo giorno, davanti a Santa Sofia a Istanbul, Jobs rimase a lungo a guardare i minareti. Poi chiese alla guida: “Cosa è successo a tutti questi cristiani, spariti così all’improvviso?” E riformulò: “Avete sterminato un milione e mezzo di armeni. Diteci, com’è successo?” La guida cercò di eludere. Jobs insistette. La risposta non lo soddisfece. Disse solo di voler tornare al porto. Il commiato fu gelido.

Steve Jobs
C’è qualcosa di straordinariamente simbolico nel fatto che il figlio di profughi armeni ha poi adottato un bambino nato da un immigrato siriano e ne abbia fatto il fondatore di Apple. Come se la storia avesse voluto cucire insieme le fila di una diaspora, quella armena, con il destino di un’altra — quella mediorientale — attraverso il corpo di un uomo che avrebbe rivoluzionato il mondo intero. Steve Jobs non ha mai parlato pubblicamente delle sue radici armene. Ma le ha portate con sé, nella sua lingua, nel suo sguardo su Istanbul, nella fedeltà assoluta ai genitori che lo avevano scelto.
La storia di Clara Hagopian è anche la storia dell’America che funziona: quella che accoglie chi è in fuga, che mescola le origini, che trasforma il dolore in futuro. I suoi genitori erano scappati dai massacri dell’Anatolia con nulla, e lei aveva dato al mondo, attraverso l’amore, uno degli uomini più influenti del Novecento. Non è cosa da poco.
M. Siranush Quaranta










