
Tinta Anna Valentini
In Malandata (Bollarossa, collana Selezioni Lulù che fa storie, 150 pagine, euro 10), Tinta Anna Valentini affida a Zoe, la protagonista del suo ultimo romanzo, una storia di fragilità e resistenza che evita accuratamente le scorciatoie del patetico. Il romanzo procede con una scrittura limpida, capace di accompagnare il lettore dentro un’esistenza segnata dalla malattia senza mai trasformarla in una richiesta di compassione.
Zoe è una cantante lirica. Della voce fa uno strumento di interpretazione più che di affermazione. Non cerca il centro della scena, ma una forma di accordo autentico con il mondo. È una figura che conserva qualcosa di inattuale: la fedeltà ai sentimenti, il senso dell’attesa, la capacità di osservare. Dalla finestra guarda il quartiere scorrere secondo ritmi lenti; tra quelle visioni quotidiane prende forma anche la presenza di Enrico, il suo maestro di Canto, ordinata e rassicurante come il tempo scandito da un metronomo.
La qualità più convincente del personaggio risiede nella sua ostinazione vitale. Zoe attraversa prove fisiche e ferite emotive senza cedere all’autocommiserazione. L’ironia, spesso rivolta verso se stessa, diventa una forma di difesa e insieme uno strumento di conoscenza. Alleggerisce il dolore senza negarlo, lo riconosce senza lasciarsene definire.
Tinta Anna Valentini mostra particolare sensibilità nel descrivere il rapporto tra corpo e identità. Gli interventi al cuore, le lunghe assenze da scuola, il senso di estraneità vissuto durante l’infanzia non rappresentano soltanto episodi biografici, ma diventano elementi che modellano il carattere della protagonista. La sofferenza fisica trova un corrispettivo psicologico che l’autrice restituisce con misura e precisione.
Tra le pagine più riuscite vi sono quelle dedicate all’età infantile. La bambina costretta a confrontarsi con la malattia incontra anche la crudeltà delle coetanee, che trasformano la sua fragilità in motivo di esclusione. Sono scene che colpiscono per la loro verità e che costituiscono il primo apprendistato alla rinascita.
Pietro Fabris










