In attesa della XVI Notte Bianca della Poesia di Giovinazzo (BA), in programma il 4 e 5 luglio, dedicata quest’anno al tema del viaggio religioso.
Qualcuno ha detto: la coscienza non abita la realtà, la crea. La coscienza non è una semplice spettatrice del mondo: lo interpreta, lo trasfigura e gli restituisce significato. La realtà, infatti, non è soltanto ciò che accade, ma ciò che il cuore e l’intelligenza riescono a riconoscere, comprendere e illuminare. È in questo spazio sospeso tra visibile e mistero che nasce il poeta.
Il poeta è un viandante dell’anima. La sua meta non è un luogo, ma una rivelazione. Cammina con il passo lento di chi sa che ogni autentico viaggio conduce prima di tutto dentro se stessi. Per questo la poesia, quando è autentica, diventa anche esperienza sacra: un pellegrinaggio interiore che attraversa il dubbio, il silenzio e la speranza fino a ritrovare il senso profondo dell’esistenza.
Ogni viaggio religioso è, in fondo, un ritorno all’essenziale. Lo insegna il cammino di San Francesco d’Assisi, che nella rinuncia alle ricchezze del mondo scoprì la più grande delle abbondanze: quella dello spirito. La sua povertà non fu privazione, ma libertà; non rifiuto della vita, ma riconciliazione con il creato. Da quel momento ogni creatura divenne sorella, ogni elemento della natura un riflesso della stessa luce, ogni uomo un compagno di cammino.
Il poeta custodisce questa ricca povertà. È l’aedo che scalda i propri versi sulle braci del cuore mentre la selva brulla e gelida degli inverni dell’anima l’avvolgono, ma lui con l’orecchio attento al piccolo canto dei boccioli dello spirito è pronto a mettersi in spalla le proprie composizioni e andare per i sentieri dell’incontro con l’altro, il fratello alla ricerca come lui del ghiaccio che si fa corrente di mille voci di lode. Il poeta è un creativo, abita la piccola stanza fatta di parole essenziali; le raccoglie come un cercatore d’oro distingue le pagliuzze preziose dalla sabbia. Conserva lo stupore del fanciullo e nella fragilità dell’essere umano continua a riconoscere la più autentica ricchezza. È proprio lì che nasce la coscienza capace di rischiarare le ombre del nostro tempo.
Essere intellettualmente onesti è forse la forma più alta di coraggio. In una società che premia il consenso immediato e l’effimero, il poeta potrebbe facilmente prostituire la parola all’applauso. Ma la sua vocazione è un’altra. Egli sceglie l’autenticità, anche quando costa solitudine, isolamento. Si raccoglie nel silenzio, non per fuggire il mondo, ma per ascoltarlo davvero.
Nel silenzio ogni cosa ritrova la propria voce. Il vento, il mare, il gabbiano, il respiro della terra diventano un unico canto. È lo stesso sguardo francescano che riconosce nel sole un fratello, nell’acqua una sorella, nella terra una madre generosa. La poesia si fa allora lode, gratitudine e custodia della vita. Non domina il creato: lo contempla. Non possiede: accoglie.
Su questa via ci torna alla mente il celebre romanzo di Herman Hesse, Siddharta, dove il fiume e le sue mille voci è simbolo di unità di tutte le cose. Siddharta comprende che il suono della corrente in cui ogni goccia si fonde e sembra perdersi rappresenta l’insieme di un popolo in cammino verso una foce di pace. Il primo dovere del poeta, meglio detto: “del creativo” è l’Ascolto.
Per questo il poeta parla poco. Tra il frastuono di chi moltiplica le parole fino a svuotarle, egli cerca quella necessaria. Una parola capace di evocare insieme il bello e il terribile, la gioia e il dolore, la speranza e l’abisso. Una parola che non divide, ma ricompone; che non ferisce, ma cura; che restituisce agli uomini la memoria della loro comune appartenenza.
La grande poesia non è mai un esercizio narcisistico. Possiede una profonda funzione civile e spirituale. Custodisce bagliori che, senza clamore, illuminano il presente e restituiscono senso alla storia. Oggi, mentre molti navigano in un mare di informazioni prive di sapienza, il poeta continua a cercare pietre preziose nelle miniere dell’interiorità, consapevole che il vero progresso dell’uomo coincide con la crescita della sua coscienza.
La poesia sacra non pretende di spiegare Dio, ma di predisporre il cuore all’incontro. È una soglia, una brezza che accompagna il pellegrino lungo il cammino, una luce discreta che rende visibile ciò che gli occhi distratti non sanno cogliere. Come San Francesco, il poeta comprende che il viaggio più importante non è quello verso una meta geografica, ma quello che conduce alla rinascita dello spirito.
Ogni poesia diventa così un atto di gratitudine. Un ringraziamento per l’infinita trama di relazioni che unisce il visibile e l’invisibile. È un invito a ritrovare il senso della fraternità universale, del rispetto per ogni creatura e della responsabilità verso la casa comune. La vera ricchezza non consiste nell’avere, ma nel riconoscere la bellezza che abita il mondo e custodirla con semplicità.
La poesia non pretende di spiegare il mondo. Lo rende abitabile. E quando si fa viaggio dello spirito, come quello di Francesco d’Assisi, si comprende che ogni passo compiuto nella semplicità è già una rinascita. Perché la coscienza non abita soltanto la realtà: la illumina, la trasforma e la restituisce alla sua più autentica verità. E la poesia è il suo respiro più limpido.
Pietro Fabris










