Ogni essere umano nasce dipendente. Nessuno sceglie la propria lingua, la famiglia nella quale viene accolto, la cultura che ne plasmerà il carattere, le tradizioni che gli insegneranno a distinguere il bene dal male. Prima ancora di sviluppare una coscienza autonoma, siamo immersi in un mondo che ci educa, ci condiziona e ci trasmette una visione della realtà. È grazie a questa appartenenza che costruiamo la nostra identità, ma è proprio da questa stessa appartenenza che possono nascere i limiti più profondi della nostra libertà.
La società, infatti, non trasmette soltanto conoscenze; trasmette criteri di giudizio. Quello che consideriamo naturale, giusto o normale è spesso il risultato di un lungo processo di socializzazione che ci accompagna fin dall’infanzia. È ciò che gli studiosi definiscono imprinting culturale: una trama invisibile di convinzioni, abitudini e valori che diventa parte della nostra coscienza. Senza questa eredità non potremmo vivere insieme; tuttavia, quando essa si irrigidisce fino a identificarsi con l’unica verità possibile, il fondamento della convivenza si trasforma nel suo contrario.
È in questo passaggio che nasce il pregiudizio. L’altro non viene più incontrato come persona, ma classificato come appartenente a un gruppo diverso dal nostro. L’alterità cessa di essere una ricchezza e diventa una minaccia. Così prende forma quell’etnocentrismo che porta ogni popolo, ogni ideologia e perfino ogni religione a considerarsi il centro del mondo e il criterio con cui misurare tutti gli altri.
La storia dimostra quanto questa tentazione sia antica. Cambiano le epoche, cambiano i linguaggi, ma resta immutata l’illusione che qualcuno possa possedere tutta la verità. È proprio questa la radice del delirio di onnipotenza: la convinzione che il proprio sistema di pensiero sia così perfetto da autorizzare il controllo delle coscienze.
Simone Weil aveva intuito con straordinaria lucidità che la forza possiede un potere devastante: non si limita a sottomettere l’altro, ma finisce per disumanizzare anche chi la esercita. La forza trasforma l’uomo in una cosa, lo priva della sua interiorità e lo rende incapace di riconoscere il volto dell’altro. Per questo ogni forma di potere che pretende di sostituirsi alla coscienza porta con sé il germe della violenza, anche quando si presenta con il volto rassicurante della sicurezza, dell’efficienza o dell’ordine.
Su questa stessa linea si colloca Jacques Maritain, per il quale la persona possiede una dignità che nessuno Stato, nessuna ideologia e nessuna istituzione possono concedere o revocare. La politica esiste per servire la persona, non per assorbirla. Quando avviene il contrario, la libertà viene lentamente sostituita dall’obbedienza e la coscienza individuale lascia il posto alla fedeltà incondizionata verso un potere che pretende di decidere ciò che è vero, giusto e persino umano.
Anche Emmanuel Mounier vedeva in questa deriva il fallimento della civiltà moderna. Il suo personalismo nasce proprio dalla convinzione che la persona non sia un individuo chiuso nel proprio egoismo, né un semplice ingranaggio della collettività. Essa vive nella relazione, nella responsabilità e nell’incontro. Una società che riduce l’uomo a consumatore, produttore, elettore o utente digitale smette lentamente di riconoscerne la dignità e finisce per considerarlo una funzione, un numero, un dato.
Questa riduzione della persona era stata colta, da un’altra prospettiva, anche da Hannah Arendt. Analizzando il processo ad Adolf Eichmann, la filosofa comprese che il male non nasce sempre dall’odio, ma molto più spesso dall’assenza del pensiero. La sua celebre espressione, “la banalità del male”, indica proprio questo: il momento in cui uomini apparentemente ordinari rinunciano alla responsabilità del giudizio personale e si limitano a eseguire ciò che il sistema richiede. Il totalitarismo, allora, non si alimenta soltanto della violenza; prospera soprattutto quando il conformismo prende il posto della coscienza.
È difficile non riconoscere, in queste riflessioni, alcuni tratti della nostra epoca. Il delirio di onnipotenza oggi raramente si manifesta attraverso le forme spettacolari dei totalitarismi del Novecento. Indossa abiti molto più eleganti. Si presenta come dominio economico, controllo dell’informazione, manipolazione delle emozioni collettive, assolutizzazione della tecnologia o della finanza. Perfino l’intelligenza artificiale, straordinaria conquista dell’ingegno umano, può diventare uno strumento di disumanizzazione se perde il riferimento alla persona e viene guidata esclusivamente dalla logica dell’efficienza e del profitto.
È proprio questo il richiamo che attraversa l’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV. Il Pontefice invita a guardare con fiducia alle possibilità offerte dal progresso, ma ricorda che nessuna innovazione può sostituire la coscienza morale. La tecnica è sempre uno strumento; diventa pericolosa quando pretende di trasformarsi in criterio assoluto della vita sociale. Dietro ogni algoritmo resta l’Uomo che decide, sceglie, orienta. E dietro ogni decisione continua a esserci una responsabilità che nessuna macchina potrà assumere.
L’immagine evocata dal Papa è quella della Torre di Babele. Non tanto il racconto di un castigo divino, quanto la metafora di un’umanità che, affascinata dalla propria capacità tecnica, finisce per credersi autosufficiente. Ogni volta che il potere dimentica il limite, l’uomo smette di costruire una civiltà e comincia a edificare un idolo.
Forse è proprio il limite la parola che accomuna Weil, Maritain, Mounier, Arendt e Leone XIV. Una parola quasi scomparsa dal lessico contemporaneo, sostituita dall’ossessione della prestazione, della crescita infinita, dell’efficienza e del controllo. Eppure il limite non è il contrario della libertà. È la sua condizione. Solo chi riconosce di non essere onnipotente può aprirsi all’incontro, al dialogo, alla solidarietà e alla giustizia.
Il delirio di onnipotenza è la più subdola delle dipendenze perché convince l’uomo di essere finalmente libero proprio nel momento in cui diventa schiavo del proprio ego. È una malattia dello spirito che attraversa le ideologie, le religioni, la politica, l’economia e perfino la cultura. Non produce soltanto conflitti; genera indifferenza, conformismo e incapacità di riconoscere il volto dell’altro.
La vera rivoluzione del nostro tempo, allora, non consiste nel conquistare nuovi spazi di potere, ma nel restituire centralità alla persona. Una persona capace di pensare, di dubitare, di dialogare e di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Solo così la società potrà evitare di costruire nuove Babele e riscoprire, invece, la strada più difficile ma anche la più autentica: quella dell’umiltà, della fraternità e della libertà.
Pietro Fabris










