Quando l’Armenia profuma di albicocca: la stagione del frutto simbolo torna a colorare le valli del Caucaso

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C’è un momento dell’anno in cui l’Armenia si risveglia in una sfumatura di oro antico. È giugno, e sulle pendici dell’Ararat e lungo le valli dell’Araks, migliaia di alberi caricano i rami di frutti che non somigliano a nessun altro. Più piccoli di quelli europei, dalla buccia vellutata color tramonto, dal sapore che oscilla tra il miele e l’acidulo selvatico: l’albicocca armena, o tsiran, non è soltanto un prodotto agricolo. È un atto di identità nazionale.

Le profumate albicocche armene

Le profumate albicocche armene

La stagione dura quattro, forse sei settimane, e per questo è carica di un’urgenza quasi rituale. I mercati di Yerevan si trasformano: bancarelle che per undici mesi vendono pomodori si riempiono improvvisamente di piramidi arancioni. I venditori strillano prezzi, le nonne contrattano, i bambini mangiano direttamente dalle cassette. L’aria della capitale odora diversamente. Chi è cresciuto qui riconosce quel profumo anche ad occhi chiusi.

L’Armenia rivendica, non senza ragione scientifica, di essere la patria originaria dell’albicocca. Il nome botanico della specie — Prunus armeniaca — è già un documento storico: i latini scoprirono il frutto attraverso i commerci con il mondo caucasico e ne conservarono la provenienza nel nome. Gli studi genetici confermano che le varietà più antiche si trovano ancora oggi in questa regione. Non è nazionalismo, è botanica. E non sorprende che l’arancione del tsiran sia uno dei tre colori della bandiera armena, che il legno dell’albicocco fornisca la canna del duduk — lo strumento a fiato che l’Unesco ha dichiarato patrimonio immateriale dell’umanità — e che il principale festival cinematografico del Paese si chiami Golden Apricot.

Quest’anno la raccolta si preannuncia abbondante, dopo una primavera mite che ha favorito la fioritura senza le gelate tardive che negli ultimi anni avevano bruciato i germogli. I contadini della regione di Ararat parlano di rese tornate ai livelli di un decennio fa. È una notizia attesa con sollievo: la filiera attraversava anni difficili, tra concorrenza estera, costi crescenti e un clima sempre meno prevedibile.

Una quota della produzione viene consumata fresca o esportata verso Russia e Georgia. Una seconda quota — i frutti troppo maturi per il trasporto — finisce nei laboratori artigianali: essiccata al sole senza zuccheri aggiunti, produce le celebri albicocche secche armene, apprezzate in Europa per la concentrazione di sapore. Nel 2013 l’Armenia ha ottenuto dall’Ue il riconoscimento dell’Indicazione Geografica Protetta per le albicocche secche della regione di Ararat, aprendo nuovi mercati verso l’Occidente.

Ciò che gli stranieri faticano a comprendere è quanto questa stagione sia vissuta collettivamente. Le famiglie si organizzano come squadre, i bambini vengono portati nei campi, si mangia insieme all’ombra degli alberi. C’è qualcosa di antico in questo ritmo, sopravvissuto al genocidio del 1915, all’era sovietica, ai conflitti recenti, che torna ogni giugno come un atto di resistenza silenziosa. Una manciata di frutti che sanno di un luogo e di una storia.

M. Siranush Quaranta

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