
Il prof. Ermanno Arslan in due note foto di repertorio
Tra il 31 maggio e il 1° giugno 2026 l’Italia e l’Armenia hanno perduto Ermanno Alessio Arslan, storico, numismatico e archeologo di fama internazionale, spentosi a ottantacinque anni, membro della prestigiosa Accademia Nazionale dei Lincei.
La notizia giungerà a molti accompagnata dall’eco del cognome illustre — un cognome che la diaspora armena in Italia ha saputo declinare in almeno tre vocazioni distinte, con una coerenza che non è della fortuna ma del carattere. Il padre di Ermanno, Yetwart — conosciuto come Wart o Edoardo — Arslan, fu storico dell’arte di primo piano, professore e studioso che lasciò un’impronta duratura nella storiografia artistica italiana. Suo fratello, il medico Michele Arslan, fu invece tra i padri dell’otorinolaringoiatria italiana. Ed è da Michele che discende Antonia Arslan, dunque cugina di Ermanno — la scrittrice il cui romanzo La masseria delle allodole, finalista al Premio Campiello, vincitore del Premio Strega e poi portato sullo schermo dai fratelli Taviani, ha saputo trasformare il dolore familiare in narrazione universale, portando il Genocidio armeno nelle case degli italiani con la forza di una testimonianza trasfusa in letteratura.
Ma Ermanno era giunto prima di tutti alla storia — non con la penna del romanziere, bensì con il paziente rigore dello scienziato che interroga la materia muta delle monete e delle pietre, e che in quella lingua rara sa dire cose che altri non riescono nemmeno a intuire.
Conservatore delle Civiche Raccolte Numismatiche di Milano dal 1973, Direttore dal 1975 al 2003, Soprintendente al Castello Sforzesco dal 1999 al 2005, il professor Ermanno Arslan ha costruito una traiettoria istituzionale che sarebbe bastata da sola a definire una carriera esemplare. La misura vera di quest’uomo stava però nella produzione scientifica: specialista di monetazione greco-romana, barbarica e longobarda, Socio Corrispondente dell’Accademia dei Lincei dal 2003 e Socio Nazionale dal 2017, componente del Consiglio Scientifico del Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo dal 1998, ha dedicato oltre sessant’anni di ricerca all’archeologia e alla numismatica, lasciando un’impronta che le generazioni future faranno fatica a eguagliare. Il sindaco di Vibo Valentia — città che gli aveva conferito la cittadinanza onoraria per le storiche campagne di scavo che vi condusse, compresa la scoperta della celebre Laminetta Orfica di Hipponion — lo ha ricordato come «un gigante assoluto dell’archeologia e della numismatica». Non possiamo che essere pienamente d’accordo con questa affermazione che, preferita oggi in occasione della sua morte, rischia di apparire un elogio funebre laddove era, e rimane, semplicemente la verità.
Il nome degli Arslan appartiene all’Armenia con triplice dignità: quella storiografica di Wart, che portò nelle università italiane la serietà metodologica di una famiglia abituata a non sprecare i propri talenti; quella medico-scientifica di Michele, che applicò quella stessa serietà alla clinica; e quella letteraria di Antonia, che di quella stessa famiglia custodisce la memoria più bruciante. Ermanno aggiunge a questo trittico la quarta voce — quella numismatico-archeologica — che ha frequentato la civiltà armena attraverso la monetazione antica e medievale, stabilendo connessioni straordinarie tra il mondo cristiano orientale e l’Occidente longobardo. Quattro approcci che non si escludono ma si completano: chiavi diverse per aprire la stessa porta, troppo spesso ignorata o ridotta alla sola dimensione del martirio di un popolo.
Il Console Onorario della Repubblica d’Armenia in Bari, Dario Rupen Timurian, apprendendo la notizia della scomparsa del noto accademico, ha espresso i propri sentimenti di cordoglio. Chi scrive — operando nel campo della Memoria Armena come Ambasciatore incaricato per la Puglia dall’Istituto-Museo del Genocidio Armeno di Yerevan e come Consigliere per gli Affari Generali del Console Onorario della Repubblica d’Armenia in Bari — sente il dovere di ribadire pubblicamente quanto la famiglia Arslan nel suo insieme abbia restituito all’Armenia una dignità plurale, partendo da una diaspora troppo poco indagata: quella italiana.
Alla consorte, la prof. Agnes Bencze della Pázmány Péter Catholic University di Budapest — lei stessa studiosa di archeologia classica di riconosciuta fama internazionale, che con il marito ha condiviso non solo la vita ma la passione per i siti e i territori della memoria materiale — e a tutta la famiglia Arslan giungano le condoglianze più sentite di quanti hanno compreso, anche grazie a lui, quanto l’Italia debba all’Armenia.
Carlo Coppola










