
Palazzo del Governo in Piazza della Repubblica a Yerevan
Yerevan non è mai stata così contesa. A meno di un mese dal voto parlamentare del 7 giugno 2026, l’Armenia si trova al centro di una partita geopolitica che va ben oltre i confini di una normale competizione elettorale. Da un lato Mosca, che non ha metabolizzato l’emancipazione di Yerevan dalla propria sfera di influenza. Dall’altro Bruxelles e le capitali occidentali, che guardano con interesse crescente a un paese considerato per decenni un avamposto russo nel Caucaso meridionale. In mezzo, una democrazia fragile sotto una pressione che la delegazione pre-elettorale dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, dopo due giorni a Yerevan, ha definito sistemica e adattiva.
Il cambio di rotta armeno ha radici precise. La guerra del 2020 nel Nagorno-Karabakh, persa contro l’Azerbaigian con la Russia incapace di intervenire in difesa dell’alleato, ha incrinato la fiducia nel sistema di sicurezza dominato da Mosca. Il primo ministro Pashinyan ha poi accelerato la svolta: congelata la partecipazione all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, avviati negoziati di pace con Baku sotto mediazione europea, aperto un dialogo concreto con l’Unione Europea. Una traiettoria che il Cremlino osserva con ostilità crescente e che spiega la natura e l’intensità delle interferenze documentate in vista del voto di giugno.

Logo del Consiglio d’Europa
Secondo quanto riferito alla delegazione del Consiglio d’Europa, Mosca avrebbe esercitato pressioni dirette su Nikol Pashinyan affinché agevolasse il voto della diaspora armena residente in Russia, comunità numerosa storicamente legata a reti di influenza filorusse. In parallelo, il principale partito di opposizione avrebbe offerto incentivi economici a quella stessa diaspora per organizzarne il rientro in Armenia il giorno delle elezioni. Un’operazione che rappresenterebbe un tentativo coordinato di alterare l’esito del voto mobilitando un elettorato selezionato per orientamento politico. Non semplice propaganda, ma ingegneria elettorale.
La delegazione ha accolto con favore il quadro giuridico e normativo dell’Armenia per contrastare le indebite influenze, però il quadro interno non alleggerisce le preoccupazioni. Sono state raccolte segnalazioni di abusi di risorse pubbliche, campagne di soggetti terzi prive di regolamentazione ed episodi di voto di scambio mascherati da beneficenza. La polarizzazione erode la fiducia nelle istituzioni, mentre le giovani generazioni mostrano disaffezione crescente. Gli osservatori hanno registrato anche un maggiore attivismo della Chiesa apostolica armena nella stagione elettorale, segnale insolito per un’istituzione tradizionalmente estranea al confronto tra partiti.
A pagare il prezzo più alto sono la società civile e il giornalismo indipendente, esposti alle azioni legali strategiche — le cosiddette SLAPP — usate per intimidire osservatori e cronisti, e alla sistematica delegittimazione pubblica attraverso l’etichetta di “agente straniero”, formula che evoca dinamiche note nell’Europa orientale post-sovietica. Il 7 giugno dirà molto su dove l’Armenia vuole andare. L’APCE, insieme all’ODIHR dell’OSCE e al Parlamento europeo, osserverà.
M. Siranush Quaranta










