La Bibbia nello specchio del quotidiano: se il Libro si mette a leggerci

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Il Libro che ci legge

La Bibbia è, per definizione universale, il “libro dei libri”, un’opera celebrata in ogni angolo del globo ma che, paradossalmente, resta tra le meno lette o, peggio, viene confinata a una lettura puramente accademica o devozionale. Come notavo recensendo il recente lavoro di Aldo Cazzullo (La Bibbia secondo Aldo Cazzullo – Giornale online), esiste in Italia una nobile tradizione di intellettuali laici — si pensi a Sergio Quinzio, Roberto Calasso, Guido Ceronetti o Erri De Luca — che hanno tentato di restituire la dignità di “letteratura assoluta” al testo sacro, strappandolo all’esclusiva delle autorità religiose. Tuttavia, se Cazzullo approccia l’Antico Testamento come un “grande romanzo” spinto da un’intensa emozione personale, resta sempre aperta una domanda: questi testi ci parlano ancora come “Parola viva” o sono solo affascinanti reperti di un passato mitologico?.

È in questo solco, ma con una virata decisamente più esistenziale e “incarnata”, che si inserisce l’ultimo lavoro di Costanza Miriano, Il libro che ci legge. La Bibbia come mappa del tesoro (Sonzogno, 2022). Se gli intellettuali spesso guardano alla Bibbia dal basso verso l’alto (come letteratura) o dall’esterno (come esegesi), Miriano propone un esercizio di introspezione e orientamento che ribalta il punto di vista: non siamo noi a interrogare il testo, ma è la Parola che “ci legge”, ci scandaglia e ci offre una bussola per le fatiche del presente.

Il pregio maggiore dell’opera è la capacità di “togliere la polvere” dalle Scritture. Miriano non scrive un trattato teologico, ma un manuale di “istruzioni per l’uso” della vita. La tesi di fondo è dirompente nella sua semplicità: la Bibbia contiene la storia di ognuno di noi. Le vicende di personaggi arcaici come Mosè, Susanna, Ester o Giuseppe non sono racconti distanti, ma specchi in cui riflettere le crisi matrimoniali, le difficoltà lavorative o le preoccupazioni economiche del lettore moderno.

L’autrice utilizza un tono ironico, brillante e volutamente dissacrante per riportare il sacro nella dimensione del feriale. Emblematico è il racconto della genesi del libro, scritto “in esilio” dentro uno sgabuzzino durante la pandemia, tra assi da stiro e calzini stesi: una cornice che è già un manifesto programmatico. La fede non è un esercizio da “baciapile” o una speculazione per addetti ai lavori, ma una “roccia” a cui ancorarsi per non rotolare a vuoto, una “grammatica di Dio” che, se presa sul serio, “te cambia la capoccia”.

Il libro si struttura come un viaggio attraverso le figure bibliche, rilette attraverso il filtro di storie quotidiane. Incontriamo così l’Esodo non solo come evento storico, ma come metafora della fatica di chi “impasta fango” ogni giorno per un “faraone” moderno, sia esso un capo autoritario o una routine arida. Vediamo Giuditta insegnarci come tagliare la testa ai nemici interiori (le tentazioni, l’egoismo), o Rut che ci mostra come amare “contro la forza di gravità”, accettando la realtà e i suoi limiti anziché rincorrere sogni astratti.

A differenza dell’approccio di Cazzullo, che si concentra sul fascino narrativo del “Dio dei padri”, Miriano punta dritta all’incontro con il Dio vivo. Per l’autrice, la Bibbia è una “mappa del tesoro” che richiede un’adesione fisica, quasi un “mangiare e digerire” la Parola affinché diventi carne della nostra carne. È un invito a passare dall’ascolto passivo all’obbedienza (nel senso etimologico di ob-audire, ascoltare davanti), l’unico atteggiamento capace di trasformare un’esistenza piatta in una storia di salvezza.

Nonostante le polemiche che spesso accompagnano la figura pubblica della Miriano per le sue posizioni conservatrici, questo libro riesce a comunicare una “leggerezza profonda” che conquista anche chi si sente lontano dalla pratica religiosa. Il segreto sta nel non prendersi troppo sul serio, pur prendendo terribilmente sul serio la Parola di Dio.

In conclusione, Il libro che ci legge suggerisce che la Bibbia non è un soprammobile, ma un interlocutore attivo. Se i grandi critici laici ci hanno insegnato ad ammirarne la bellezza estetica, Miriano ci ricorda che la sua vera funzione è quella di essere incarnata. Presentare la Bibbia in modo esistenziale significa riconoscere che le “vacche magre” del Faraone sono le nostre bollette arretrate, e che la “terra promessa” non è un luogo geografico, ma la pace ritrovata in una cucina disordinata dopo aver imparato a perdonare. Un libro prezioso per chiunque cerchi non solo un testo da leggere, ma una voce che finalmente sappia spiegargli chi è veramente.

Salvatore Schirone

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