A Yerevan, il 4 e 5 maggio l’Europa spera di ritrovare se stessa

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Sull’Ararat pesa una neve che non si scioglie mai del tutto, nemmeno d’estate; e vi è qualcosa di quella permanenza ostinata nella cifra profonda del carattere armeno — nella capacità, cioè, di restare riconoscibile a se stesso attraverso le catastrofi, di custodire una forma mentre il mondo muta di segno. È forse per questo che il primo vertice bilaterale tra l’Unione europea e la Repubblica d’Armenia non suona come una novità di agenda diplomatica, ma come la certificazione di qualcosa che si andava compiendo da tempo nel sottosuolo della storia.

Il 4 e 5 maggio 2026 Yerevan ospiterà l’ottava riunione della Comunità politica europea, alla quale sono attesi i capi di Stato e di governo di tutti i paesi partecipanti; il cinque maggio, nella stessa capitale armena, si terrà il primo vertice bilaterale UE-Armenia. Il Primo Ministro Nikol Pashinyan rappresenterà l’Armenia, mentre l’Unione europea sarà rappresentata dal Presidente del Consiglio europeo António Costa e dalla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Che una stessa capitale caucasica ospiti, nel volgere di quarantotto ore, due eventi di tale portata è già una risposta a quanti avevano dubitato della traiettoria imboccata da Yerevan.

Il percorso non è stato né lineare né indolore. L’esito delle guerre per il Nagorno Karabakh aveva spinto l’Armenia verso Bruxelles, mentre la fiducia nella Russia — tradizionale protettrice sullo scacchiere caucasico — si sgretolava inesorabilmente. Il vertice si concentrerà sul rafforzamento delle relazioni nei settori dell’energia, dei trasporti, del digitale e degli scambi tra cittadini; sullo sfondo, il trattato di pace con l’Azerbaigian dell’agosto 2025, accolto dall’Unione europea come svolta decisiva per la stabilità dell’intera regione.

Yerevan, il quattro e cinque maggio, non sarà soltanto la sede di un vertice. Sarà il luogo in cui l’Europa incontra se stessa in uno specchio inatteso: quello di una nazione antichissima che le ricorda, con la tenacia dei suoi tremila anni, per quali valori valga ancora la pena costruire qualcosa insieme.

 Carlo Coppola

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