Vi sono occasioni in cui la cultura non si limita ad occupare uno spazio, ma lo restituisce alla città nel senso più pieno del termine. È questo il significato più profondo dell’iniziativa con cui la Fondazione Teatro Petruzzelli ha aperto le porte di Palazzo San Michele — gioiello di Strada San Benedetto 15, nel cuore di Bari Vecchia — alla mostra “La Settimana Santa. Tra manufatti e musica, la fede popolare nel Meridione d’Italia, dal Seicento a oggi“, visitabile gratuitamente fino al 14 maggio, dal martedì alla domenica, dalle 18.00 alle 21.00.
Il palazzo non è cornice neutra. Sorge sui resti del monastero benedettino fondato nel 978, dove le reliquie di San Nicola riposarono per due anni prima che si completasse la basilica. Restaurato tra il 2014 e il 2016, restituito al suo antico splendore, esso amplifica con la propria pietra millenaria ogni manufatto esposto: l’allestimento suggestivo, pensato con intelligenza scenografica, trasforma la visita in un’esperienza di immersione totale che nessuno spazio neutro potrebbe eguagliare.
Questo rilancio non nasce dal caso. Il sovrintendente Nazzareno Carusi — musicista prima che amministratore, nominato all’unanimità nel novembre 2025 — e il direttore esecutivo Luigi Fuiano, ideatore di stagioni artistiche che hanno riportato il Petruzzelli tra i principali teatri d’Italia, conducono la Fondazione con una visione precisa: aprire le energie dell’istituzione al tessuto urbano, restituire luoghi e significati alla comunità. Questa mostra ne è la traduzione più diretta.
Il curatore Attilio Giuseppe Pio Canta, architetto e presidente del Gruppo Presepisti San Nicola, ha selezionato cento opere con il rigore di chi conosce la materia dall’interno: crocifissi d’epoca, diorami della Passione, Madonne Addolorate, bronzi di Pericle Fazzini e Amerigo Tot, una stauroteca con reliquia della Santa Croce, le rare bottiglie ottocentesche in cui gli artisti introducevano scene della Passione dalla stretta imboccatura. Le opere provengono da un ventaglio generoso di istituzioni religiose e museali che hanno risposto con slancio all’invito: l’Arciconfraternita della Chiesa di San Michele di Bari Vecchia, il Museo Senatore Vito Rosa della Parrocchia di Santa Croce di Bari, l’Oasi Santa Maria di Cassano delle Murge, la Parrocchia di San Nicola di Bari ad Adelfia, l’Associazione I Misteri di Valenzano, la Parrocchia di San Ferdinando di Bari, l’Opera Pia Arciconfraternita del Carmine di Bari. Di particolare prestigio i pezzi concessi dal Museo Diocesano di Bisceglie, patrimonio di qualità eccezionale che poche realtà del Mezzogiorno possono vantare. Numerosi anche i collezionisti privati che hanno aderito all’iniziativa, contribuendo a fare di questa raccolta uno specchio fedele e vivo della devozione popolare pugliese.
L’inaugurazione è avvenuta, sotto la pioggia battente, nel pomeriggio del 2 aprile e ha visto protagonista il quartetto di ottoni della Fondazione composto dai maestri Alessio Puglisi e Massimiliano Campoli alle trombe, Bartolomeo Mercadante e Francesco Tritto ai tromboni, nell’esecuzione di Effero, Marcia funebre dello stesso Tritto, La Generositè di Telemann e la Pavane di Gaspar Sanz. Il tardo barocco risuonava nell’aria specchiandosi nelle opere esposte, come un saggio della grande tradizione delle marce funebri così radicata in Puglia, che ha contribuito alla diffusione mondiale della cultura musicale profonda di territori come Taranto, Molfetta e Bitonto. A testimoniare visivamente l’evento, lo sguardo di Clarissa Lapolla, creatrice di contenuti multimediali capace di interpretare prima ancora che documentare. A costruire il ponte tra l’evento e il pubblico, Monica Sbisà, giornalista professionista e responsabile dell’Ufficio Stampa della Fondazione, ubiqua ed eclettica, che oltre ad accogliere i giornalisti ha contribuito direttamente all’allestimento.
Il grande successo di pubblico e visibilità ottenuto sin dai primissimi giorni premia a buon diritto Attilio Canta e, con lui, riapre una questione che da troppo tempo langue irrisolta: quella del riconoscimento dell’opera d’arte materiale come forma nobile e legittima di cultura. Alle nostre latitudini, gli intellettuali hanno avuto troppo a lungo paura di sporcarsi le mani, quasi che la materialità degli oggetti — la cartapesta, il bronzo, il legno intagliato — costituisse un gradino inferiore rispetto alle idee che permangono nell’etere. Una gerarchia implicita e mai dichiarata che il Novecento ha già ampiamente smontato, ma che continua a ottundere l’evoluzione culturale dei nostri territori. Speriamo che il successo di questa mostra segni finalmente l’inizio di una stagione diversa: quella in cui il patrimonio materiale della nostra civiltà — quello che si tocca, che ha peso, che si deteriora se non lo si cura — cessa di aspettare nei magazzini delle chiese e nelle cantine delle confraternite, e trova invece la luce e il riconoscimento che merita.
Carlo Coppola









