Terra Santa, serrate le porte della basilica del Santo Sepolcro

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Gerusalemme vive giorni sospesi, attraversati da un silenzio carico di timore. Dal 28 febbraio, il Santo Sepolcro resta chiuso: nessuna liturgia può essere celebrata al suo interno. È un fatto senza precedenti per durata e continuità, maturato nel cuore della Quaresima, tempo che dovrebbe accompagnare i fedeli verso la Pasqua attraverso il raccoglimento e la preghiera. Oggi, invece, quel cammino si interrompe davanti a un portone serrato.

Per secoli, quella grande porta ha continuato ad aprirsi, anche nei momenti più difficili della storia. Guerre, epidemie, tensioni avevano limitato l’accesso, ma mai lo avevano impedito così a lungo. Attraversarla, anche solo parzialmente, significava ripercorrere simbolicamente la Via Dolorosa, giungere al luogo della Passione e della Resurrezione. Ora, quel gesto è negato. Non si tratta soltanto di riti o tradizioni: è un’interruzione che colpisce il cuore stesso della fede vissuta in questi luoghi.

Con l’avvicinarsi della Settimana Santa, cresce l’incertezza. Le celebrazioni della Santa e Grande Settimana sono in bilico. Si moltiplicano gli sforzi per ottenere almeno un accesso limitato, per non spezzare del tutto il legame tra i fedeli e i luoghi che custodiscono il Golgota e il sepolcro vuoto. Resta viva l’eco di parole che invitano a non cedere alla paura, a trovare il coraggio di vivere la fede anche nelle circostanze più dure. Eppure, nemmeno le domeniche di Quaresima hanno potuto trovare spazio tra quelle mura, neppure a porte chiuse, come era accaduto in altri periodi segnati dal dolore.

Il clima che si respira in Terra Santa è segnato da una tensione costante. La paura dell’altro si insinua nella vita quotidiana, costruendo barriere invisibili ma resistenti. Non sono muri di pietra, eppure separano, isolano, rendono difficile perfino il gesto più semplice: riconoscere nell’altro un fratello. Intanto, nei cieli del Medio Oriente, il rumore della guerra non si ferma. Missili e droni attraversano le notti e i giorni, senza distinzione, portando distruzione e morte. Non guardano volti, non distinguono storie: colpiscono e basta, lasciando dietro di sé vite spezzate e ferite profonde.

In questo scenario, si leva un appello che richiama alla responsabilità e alla coscienza. Non abituarsi al dolore, non accettare l’odio come inevitabile. La fede, in questo contesto, chiede di essere vissuta con lucidità e coraggio, senza cedere alla rassegnazione. Da soli sembra impossibile scalfire la violenza, ma nell’unità può nascere una risposta diversa, capace di opporsi alla spirale del male.

Resta l’immagine più forte: quella di un luogo simbolo della Resurrezione che oggi è chiuso. Un evento che non trova paragoni nella storia recente né in quella più lontana. Non accadde nei secoli delle Crociate, né durante i conflitti mondiali, né nei giorni della pandemia. Eppure oggi, mentre la Pasqua si avvicina, il Santo Sepolcro rimane serrato. Gerusalemme, ancora una volta, si ritrova a fare i conti con il peso della paura e con la fatica della speranza.

Antonio Calisi

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