Missionari teatini in Armenia e Georgia nel XVII sec: dipinto di Rodolfo Papa per 500 anni dell’Ordine

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immagine originale del dipinto tratta dal sito https://www.rodolfopapa.it/

C’è un dipinto contemporaneo che vale certamente un apposito viaggio a Roma. Si trova nella Curia Generalizia dei Chierici Regolari Teatini, adiacente alla Basilica di Sant’Andrea della Valle (quella in cui dipingeva Mario Cavaradossi nella Tosca di Sardou-Illica-Giacosa e Puccini), e l’ha firmato Rodolfo Papa, artista di chiara fama. La tela si intitola Missionari teatini in Armenia e Georgia nel XVII secolo (270×200 cm) ed è stata collocata lì nel 2025, come parte del grande ciclo pittorico commissionato all’artista per celebrare i cinquecento anni dalla fondazione dell’Ordine, avvenuta il 14 settembre 1524 quando san Gaetano da Thiene (i cui resti mortali sono stati indagati a Napoli dal prof. Mirko Traversari) e i suoi compagni pronunciarono la loro professione solenne in San Pietro.

Di Rodolfo Papa vale la pena dire qualcosa in più, per chi ancora non lo conosce. Pittore, scultore, storico e filosofo dell’arte, è Accademico Ordinario della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon — una delle istituzioni artistiche più antiche e prestigiose del mondo — nonché Presidente dell’Accademia Urbana delle Arti. Ha realizzato cicli pittorici in tutto il mondo: da Roma a Palermo, dal Kazakhstan al Libano, dalla Malesia all’Egitto. Ovunque Papa ha testimoniato luoghi e Fede viva, riempiendo di significato spazi complessi in cui la pittura ha il compito di fare i conti con la pietra, con la luce naturale, con la preghiera intima di chi ci passa davanti ogni giorno. Il suo stile — che lui stesso definisce “realismo moderato” — non insegue né l’astrazione né il realismo fotografico, ma cerca la verità interiore delle figure, quella zona in cui il volto di un uomo smette di essere un ritratto e diventa un’icona nel senso più profondo del termine. La luce, nei suoi dipinti, non illumina soltanto: significa. La sua pittura è Teologia — canonicamente bene fondata — e richiama — senza copiarli — i grandi maestri della tradizione italiana, su cui la scuola romana del Seicento era convenuta all’apice della sua realizzazione.

Il dipinto racconta una storia che solo gli studiosi conoscono: nel 1626 i Teatini inviarono i primi religiosi verso il Caucaso, e due anni dopo i missionari erano già a Gori di Georgia, terra cristiana antichissima stretta tra l’Impero Safavide e quello Ottomano. Tra loro, padre Cristoforo Castelli — palermitano, missionario, medico e pittore — che visitò quasi tutta la regione, fondò ospedali e lasciò relazioni di straordinario valore storico. Il senso di quelle missioni non era la conversione dei pagani, ma quei padri andavano a visitare e confortare i fratelli con una fede più antica della nostra, e questo dato modifica l’intero approccio, come ben risulta dalla pittura ispirata di Rodolfo Papa. L’artista mostra l’audacia di quella visione così specifica. Elabora uno studio rivolto alla complessità delle figure concrete, riconoscibili nella loro veste religiosa, inserite in un paesaggio che evoca la geografia caucasica con i suoi orizzonti aspri, iperesposti a luce diffusa (quasi) senza ombra.

Il formato monumentale rappresenta una scelta precisa — richiama la grande pittura barocca della Controriforma, proprio lì dove il Domenichino e Giovanni Lanfranco hanno lasciato alcuni dei loro capolavori. Eppure a questa lezione non sfugge l’energia tridimensionale di Gregorio Sciltian (1900-1985), pittore armeno di Russia vissuto anche a Roma — straordinario nel rifiuto dell’astrattismo formale dominante — ma che ebbe la sfortuna di finire in pasto al mercato che ne svilì i valori plastici in forme troppo lussureggianti.

Ciò che ci insegna ancora una volta Rodolfo Papa non è solo la continuità, men che mai la nostalgia, ma coscienza. Quando si esce dalla Curia Teatina e ci si ritrova sotto il cielo di Roma, si porta con sé qualcosa di più ardente: la certezza che la bellezza non risponde solo all’estetica, ma illumina e consegna lo spettatore all’unico possibile simbolo della Fede, intesa nel suo massimo eroismo: l’albero della Vita inciso sui Khachkar, oltraggiato dal peccato di Adamo, rifulge della Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo e ci proietta, attraverso l’esempio dei Missionari teatini — oltre a p. Castelli anche p. Arcangelo Lamberti, p. Andrea Borromeo, p. Giovanni Avitabile — verso il compimento della Sua Santa e Gloriosa Risurrezione.

Carlo Coppola

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