
San Biagio di Sebaste
Tra i santi più venerati nel cristianesimo orientale e occidentale, San Biagio occupa un posto di straordinaria rilevanza, unendo in sé la cura per il prossimo, la dignità episcopale, il carisma taumaturgico e la testimonianza del martirio. La sua figura, radicata nella tradizione armena del IV secolo, ha attraversato i secoli trovando in Italia un culto profondo e sentito, testimoniato in Meridione dalla straordinaria chiesa rupestre che porta il suo nome nel territorio di Brindisi.
San Biagio visse a cavallo tra il terzo e il quarto secolo d.C. in Armenia, nella città di Sebaste — l’antica Sebastensis armenorum, oggi Sivas in Turchia — dove ricopriva il duplice ruolo di vescovo e medico. Nonostante l’editto di Milano del 313, con cui Costantino aveva posto termine alle persecuzioni anticristiane, nelle province remote dell’impero vigevano ancora comportamenti arbitrari. Fu così che San Biagio venne arrestato dal governatore Agricola, imprigionato, torturato con i pettini per cardare la lana, gettato in un lago dal quale uscì miracolosamente illeso e infine decapitato assieme a due fanciulli nel 316 per essersi rifiutato di abiurare la fede cristiana.
La Chiesa latina celebra la sua memoria liturgica il 3 febbraio, mentre la tradizione bizantina lo commemora l’11 febbraio, testimoniando l’importanza del santo in entrambe le tradizioni cristiane.
La tradizione agiografica colloca San Biagio, nel periodo precedente il martirio, in ritiro tra grotte e foreste del monte Argeo, dove si dedicava alla cura degli animali selvatici. I suoi miracoli più celebri sono legati alla guarigione di un fanciullo soffocato da una spina di pesce conficcata nella gola — episodio che lo ha reso protettore universale contro i mali della gola — e alla restituzione a una povera donna di un maialino sottratto da un lupo, gesto che ne fece il patrono degli animali domestici.
In Occidente la diffusione del culto di San Biagio si articola intorno a tre aspetti fondamentali: il santo vescovo, depositario dell’autorità ecclesiastica; il taumaturgo protettore degli animali e della vita nei campi; il martire, modello supremo di fedeltà a Cristo.
In Puglia la devozione al Santo è presente in quasi tutta la regione e raggiunge particolare intensità nella Capitanata, lungo l’itinerario della transumanza, nella terra di Bari e nel territorio di Brindisi, soprattutto a Ostuni e San Vito dei Normanni. Il Santo era profondamente venerato dalla popolazione rurale per i miracoli legati alla guarigione delle malattie della gola, i rimedi contro i parassiti dei campi e la protezione del bestiame.

Gli affreschi della chiesa rupestre di San Biagio
La chiesa rupestre di San Biagio, situata a undici chilometri da San Vito dei Normanni, rappresenta uno dei più importanti insediamenti monastici bizantini della Puglia. La sua conformazione, con ambienti scavati nel costone roccioso, testimonia un modo di vivere in grotta diffusosi tra l’VIII e il XIII secolo in seguito allo spostamento di comunità monastiche bizantine dall’Oriente, determinate dalla necessità di salvare le immagini sacre dalla furia iconoclasta promossa dall’imperatore Leone III Isaurico nel 726.
I monaci presenti erano italo-greci, di rito bizantino all’interno della Chiesa cattolica. Nel sito convivevano cenobiti che vivevano in comune, lavrioti che conducevano vita eremitica dal lunedì al venerdì condividendo momenti comunitari nel fine settimana, e anacoreti totalmente dediti alla solitudine contemplativa.
La scelta dell’intitolazione a San Biagio potrebbe legarsi al suo incarnarsi come protettore per gli eventi quotidiani: medico e taumaturgo, era invocato per i mali della gola e la protezione degli animali, fondamentale per chi fondava le proprie economie sull’allevamento.
La cripta costituiva il fulcro di un villaggio nelle grotte, uno scrigno di arte e fede con affreschi votivi dedicati a santi orientali come San Biagio, San Nicola e Sant’Andrea, e santi latini legati alle crociate come San Giorgio e San Giacomo. Le iscrizioni sono in greco, tranne la doppia iscrizione greco-latina presso San Nicola, simbolo di unità religiosa tra ortodossi e latini. Le pitture rappresentano uno dei cicli più interessanti della Puglia, ispirati a modelli bizantini con influssi locali.

L’affresco con le due scene riferite a San Biagio
Accanto all’originario ingresso destinato al clero si colloca il pannello con la scena che narra, in due sequenze, la storia di San Biagio. Il Santo è rappresentato all’interno di una grotta mentre benedice gli animali che andavano da lui per farsi guarire. Indossa sticharion scuro, phailonion azzurro decorato da piccoli dischi e omophorion bianco con tre croci; con la mano sinistra regge un libro e con la destra, scomparsa, doveva benedire alcuni animali disposti sui due registri: si riconoscono un cinghiale, un cervo e un capriolo. In alto, seduto su un trono, si vede il governatore romano Agricola nell’atto di ordinare a quattro cavalieri la cattura di San Biagio: uno di questi è già dentro la grotta con le braccia tese. La didascalia in greco conferma l’identificazione del personaggio con Agricola.
I due episodi narrati – San Biagio che benedice gli animali e il governatore Agricola che invia i soldati a catturare il vescovo – si inseriscono bene nel contesto del paesaggio rupestre: una grotta scavata nel fianco di una parete rocciosa, suggellando la continuità tra la vita del Santo e quella dei monaci che ne custodirono la memoria.
M. Siranush Quaranta









