IMAGE XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

La liturgia di questa domenica ci ricorda la risposta di Gesù ai farisei che volevano metterlo alla prova, chiedendogli se fosse lecito pagare a Cesare il tributo: ? leggi tutto...
IMAGE Piscitelli: “Fidens: sarà una stagione di...

«Sarà un anno di transizione», queste le parole di Franco Piscitelli, presidente dell’ASD Fidens Giovinazzo 1970. «Vista l’indisponibilità del palazzetto di via Tenente Devenuto, ci concentreremo sul vivaio:... leggi tutto...
IMAGE “Nik e Dami”: la dolcezza del Giro d’Italia

Sport e cioccolato. Non la stravaganza di qualche atleta, ma una combinazione vincente a tutti gli effetti. Proprio come quella proposta da Nicola Giotti e Damaride Russi con le uova di cioccolato ispirate al Giro d’Italia. Il simbolo delle eccellenze che... leggi tutto...
IMAGE XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

La liturgia di questa domenica ci presenta un re che fa una festa di nozze per il figlio. Alla festa vengono invitati i privilegiati, ma questi non accolgono l'invito perché occupati in altri lavori leggi tutto...
IMAGE Massari: “Quella volta che gareggiai con i campioni”

Tappa giovinazzese per la 103esima edizione del Giro d’Italia, la prima a svolgersi eccezionalmente in autunno causa pandemia. Sarà infatti proprio la cittadina in riva all’Adriatico ad ospitare la partenza dell’ottava frazione... leggi tutto...
IMAGE EMENDAMENTI DELL’OPPOSIZIONE APPROVATI...

Nell’ultimo consiglio comunale del 29 settembre scorso è andata in scena una pagina di buona politica. Quella politica propulsiva, costruttiva utile alla città.Si è discusso di tariffe (IMU, addizionale Irpef e Tari con relativo... leggi tutto...
 

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Foto XXIII Tempo Ord.A

 

Poco meno di 600 anni prima di Cristo, una lunga fila di deportati esce dalla città di Gerusalemme e si avvia verso Babilonia, la città dei vincitori. Il dominatore di turno si chiama Nabucodonosor, al quale gli abitanti del regno di Giuda avevano inutilmente tentato di resistere.

Fra questi profughi affranti si trova un sacerdote, Ezechiele, il quale ("sedotto" dal Signore, come abbiamo visto domenica scorsa) inizierà la sua missione di profeta nel campo profughi sulle rive del Chebar, un canale laterale del fiume Eufrate. Non è una novità. Spesso i profeti sono costretti a esercitare la loro missione in esilio e in periferia, tra mille difficoltà, fatiche, incomprensioni, paure. Ma tutto questo fa parte del "contratto". I destinatari del messaggio " saranno per te come cardi e spine e tra loro ti troverai in mezzo a scorpioni" (Ez 2,6). Il mandato però è chiaro: essere "sentinella": " O figlio dell'uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d'Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia" (33,7). Essere sentinelle non è un compito facile. Chi veglia non deve distrarsi e non deve addormentarsi. Non deve lasciarsi prendere dal panico. Ha una grande responsabilità nei confronti non solo di coloro sulla cui sicurezza è chiamato a vigilare, ma anche di coloro che tentano di eludere la sua sorveglianza. Il suo è dunque un compito delicato di "salvezza", e al contempo di misericordia. La sentinella non spara al primo venuto… Anche Paolo, al sottoproletariato di cui è composta la comunità dei cristiani di Roma, annuncia un messaggio di salvezza e di misericordia. La vita all'interno della comunità romana non è certo facile, come non è mai facile la vita all'interno della Chiesa. In quella comunità, poi, già esposta a forti tensioni sociali, convivono credenti di origine ebraica e credenti di origine pagana. Due culture a confronto, due mondi diversi con le loro precomprensioni, due storie che si contrappongono. Ma Paolo, ormai saldamente ancorato al Cristo delle Beatitudini, non ha dubbi nel proclamare: " Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell'amore vicendevole; perché chi ama l'altro ha adempiuto la Legge" (Rm 13,8). Forse i vari "rapporti sulla fede" (peraltro così poco amati da papa Francesco) possono apparire lontani anni luce se confrontati con questa parola. Non ci illudiamo che lo siano realmente, ma non ci scoraggiamo, perché l'Evangelo di Matteo continua a sottolineare, esemplificandoli, questi concetti: " Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello" (Mt 18,15). Tre brani della Parola, tre quadri di vita in tre contesti diversi, ma un unico messaggio. Restando in un orizzonte familiare, vorrei proporre una revisione di vita in tre punti. 1) Il cristiano, attraverso la propria testimonianza (anche e soprattutto familiare) è chiamato ad anticipare una comunità dal volto umano che non si riconosce negli esclusivismi, nel settarismo, nelle intolleranze, nelle discriminazioni, nei modelli di relazione improntati sul potere, nella pretesa di ottenere privilegi. La regola dell'amore rifiuta questi modelli, riconoscendosi invece nell'oblatività, nel servizio vicendevole, nel rifiuto di ogni giudizio e di ogni condanna. Nella tensione verso il recupero di una fraternità vera, non parolaia, e di una vita trasparente. 2) Ma la famiglia può fare ancora di più. Può (e deve) diventare coscienza critica (questo mi pare essere il significato attuale di "profezia") della società. Lo può fare solo se non si rinchiude su se stessa, e si apre realmente al mondo. Una tensione, questa, che fa della famiglia un autentico mistero di comunione. È una missione che la famiglia compie nella società in modo talvolta misterioso, incomprensibile a essa stessa, ma reale, ponendosi anche solo con la sua presenza come modello di riferimento e di relazione. Solo se ci si ama nella società come ci si ama in famiglia (cioè con la medesima tensione oblativa) e si mettono al centro dell'attenzione i più piccoli, i più deboli, i più fragili, coloro che fanno più fatica, possiamo nutrire la ragionevole speranza di assistere a un cambiamento non solo all'interno delle relazioni sociali, ma addirittura a livello economico. 3) Si innesta qui un discorso piuttosto complesso e controverso: quello della cosiddetta "correzione fraterna". Ci sono alcuni movimenti ecclesiali che, forse rifacendosi proprio al brano di Matteo, la teorizzano, mettendola addirittura nei loro orizzonti pastorali. Credo che alcune precisazioni non siano inutili anche per richiamare a una certa cautela interpretativa.        Una constatazione va subito premessa: oggi non è particolarmente frequente sentir parlare di "correzione fraterna"; i modelli individualistici in cui siamo inseriti e che ci condizionano ci pongono nella condizione di recepire con una sorta di insofferenza un richiamo, anche giusto, proveniente da un famigliare o da un amico. Va detto, per contro, che spesso le nostre cosiddette "correzioni fraterne" possono rappresentare un alibi per imporre il nostro punto di vista, quando non addirittura far valere il nostro potere, ma soprattutto per giudicare negativamente gli altri sulla base delle nostre precomprensioni, dei nostri stereotipi e dei nostri pregiudizi. In questo caso il nostro comportamento non ha nulla a che vedere con la "correzione fraterna", che si configura, invece, come una forma di violenza nei confronti dell'altro, di una forzatura della sua coscienza, di una intromissione indebita nel giudizio che ogni soggetto - nessuno escluso - ha il diritto di esprimere sulla propria vita. E chi siamo noi per giudicare? Non è questo l'orizzonte dell'evangelo. Gesù parla di "fratello". Per poterci correggere vicendevolmente occorre prima aver realizzato una condizione di autentica fraternità. Si tratta di una condizione in cui il giudizio reciproco non ha diritto di cittadinanza perché ognuno di noi accetta l'altro com'è e non come vorremmo che fosse. Ma l'evangelo dice ancora di più. Non autorizza la correzione fraterna in ogni caso, né quando io ritengo che mio fratello agisca in modo che non mi piace o che considero inappropriato, ma solo quando egli "mi" fa del male, quando cioè l'offesa riguarda la relazione che lui e io intratteniamo... " Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te...". La famiglia è il luogo più giusto per esercitarsi in questo compito che l'evangelo affida alla nostra sensibilità, invitandoci però, anche all'interno di essa, a farci autenticamente fratelli.

 

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