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XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


foto XVIII Tempo ordinario A

 

Dopo il discorso delle parabole del Regno, lette durante la liturgia delle due precedenti domeniche, Gesù percepisce il fallimento della sua predicazione presso Israele e fa un ultimo tentativo  per far vedere, ai suoi correligionari di essere il nuovo Mosè, secondo la lettura che ne dà il Vangelo secondo Matteo.

L'uomo è per natura un essere di desiderio, in quanto manca del necessario per vivere, deve procurarselo, talora con fatica: "vivrai del lavoro delle tue mani", perché la terra spontaneamente produce solo "cardi e spine". Quando si vive l'esperienza del deserto i ruoli, così validi nella società civile non anno alcun valore nel deserto. In esso non ci sono più avvocati, ingegneri, dottori, onorevoli, ma c'è l'uomo con il suo desiderio di acqua e di cibo e, non ultimo, di libertà come possiamo constatare in questi giorni estivi. La liturgia odierna ci dice che questo desiderio c'è chi lo soddisfa', non solo a sufficienza ma in abbondanza, è alla portata di tutti, è gratuito e l'unico titolo è aver fama, è aver sete. Il diritto ai beni è strettamente legato alla necessità. Condannati a metterci in relazione sempre in chiave economica, abbiamo perso il gusto del donare gratis. Una sola persona è capace di valori. Esso si chiama Dio. Lo dicono le letture di questa domenica: Isaia "mangiate senza denaro" e Matteo "tutti mangiarono e furono saziati".

La prima lettura è tratta dall'ultimo capitolo del così detto "libro della consolazione" contenuto nel libro del profeta Isaia e attribuito ad un suo discepolo. In esso si annuncia che Dio, nella futura gloria di Gerusalemme, invita i suoi amici ad un banchetto fatto di "cose buone e... cibi succulenti". Il riferimento alla fedeltà di Dio è molto chiara in questo testo di Isaia e richiama all'amicizia che nutre di confidenza, dà sicurezza, vuole il nostro bene e soprattutto non verrà meno nell'ora della prova. Sentiamo noi, persone sazie di beni materiali, questa sete e fame di Dio, non che del suo amore?

Il Salmista è ammirato e riconoscente, per le opere di Dio che proclamano la splendida gloria del suo regno, mentre i suoi fedeli Lo benedicono per la ricchezza con cui loro provvedi.

La seconda lettura è un brano della lettera ai Romani di Paolo apostolo, da moti esegeti ritenuto un canto all'amore di Dio. Vengono elencate tutte le condizioni che potrebbero farci dubitare dell'efficacia dell'amore di Cristo e conclude che nulla al mondo potrà mai separarlo: "dall'amore di Dio, in Cristo Gesù". Questo è l'invito che Paolo fa anche a noi in questo mondo pieno di ideologie insignificanti, di venditori di fumo, di prevaricatori, di falsificatori mediatici e non.

Il Vangelo dell'odierna liturgia è un brano del 14° capitolo dell'Evangelo di Matteo conosciuto anche come "la prima moltiplicazione dei pani". I quattro Evangelisti ci riferiscono, in proposito, sei narrazioni: Luca e Giovanni, una ciascheduno, mentre Matteo e Marco ci riferiscono entrambi due narrazioni. Il duplice racconto della moltiplicazione dei pani può essere letto in modi diversi: sulla falsariga di Elia ("La farina della giara non venne meno"), di quello di Eliseo (2 Re 4,42-44) oppure come simbolo della eucaristia come noi la conosciamo. Infine, Davide che benedice il popolo nel nome del Signore e a tutta la moltitudine d'Israele, uomini e donne, distribuisce una focaccia di pane per ognuno (2 Sam 6,18-19).  Nella pericope si individuano quattro scene che ruotano intorno a Gesù, che è la figura centrale.    Prima scena: Gesù saputo dell'assassino di Giovanni si ritirò (anacoresen) su una barca "in un luogo deserto, da solo". La folla lo segue a piedi e lo incontra nel momento in cui scende dalla barca a Tabga, un luogo deserto (éremos). Gesù mosso a compassione guarisce i loro infermi.    Seconda scena: Entrano dei nuovi personaggi: i discepoli i quali suggeriscono a Gesù, sul far della sera, di mandar via la folla "perché vadano nei villaggi a comprarsi dei viveri". Ma Gesù la pensa in maniera diversa e da una responsabilità nuova ai discepoli: "Date voi loro da mangiare". In questa scena c'è un verbo molto importante quanto al simbolismo del contenuto: il verbo apolyo (congedare, mandar via) che è usato anche per il divorzio (Mt 1,19.22; 5,31 s; 19,3-9). Allora si può dire che il banchetto che Gesù ha imbandito un banchetto messianico che soprattutto un banchetto nuziale.  Terza scena: I discepoli sono spiazzati, non hanno che "cinque pani e due pesci", una inezia per quella folla. Gesù dopo averli fatti accomodare sull'erba si fa portare i pani e "alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzo i pani, li diede ai discepoli" perché lo distribuiscano alla folla.   Quarta scena: La folla; "cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini", ne mangia a sazietà e nonostante ciò, di pane spezzato, ne avanzano dodici ceste. Anche qui il riferimento a Esodo è chiarissimo: la manna e le quaglie vi sono presenti. l'intento di Matteo è raggiunto: Gesù Cristo è il nuovo Mosè che istituisce una alleanza.

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