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IV DOMENICA DI QUARESIMA


foto IV Quaresima A

 

Oggi la liturgia ci propone un invito a diventare luminosi,

ad avere uno sguardo che va oltre la superficie, che entra nel profondo della persona, perché Dio non guarda l'apparenza, ma la profondità, il cuore dell'uomo. E siccome tutti noi cominciamo a guardare le cose dall'esteriorità, rischiamo di rimanere a guardare l'apparenza.

Ai tempi di Gesù i farisei erano persone che vivevano secondo la legge, ma non riconoscono Gesù. Gesù era un artigiano, un uomo senza potere, un uomo semplice, del popolo, non un uomo di Dio, non aveva la preparazione degli scribi e dei farisei, non era della casta sacerdotale. I farisei erano ciechi nei confronti di Gesù, ma potremmo esserlo anche noi se ci fermiamo alla superficie della vita religiosa.

L'azione dello Spirito di Gesù rinnova il nostro cuore, per cui vediamo in un modo diverso la realtà. Concretamente vivere cogliendo solo la superficie delle cose vuol dire cercare la stima degli altri, cercare il possesso dei beni - i giocattoli della nostra vita - impostare tutte le nostre scelte in ordine all'apparire, alla carriera, all'emergere sugli altri, all'esercitare un potere. Insomma tutte queste realtà che danno l'illusione di essere, ma non costituiscono la nostra realtà definitiva, quella che resta per sempre.

A questo corrisponde una luminosità particolare e quindi a uno sguardo particolare, per cui noi cogliamo la dimensione profonda delle persone, alla vita che si prolunga oltre la nostra piccola esperienza terrena, quella che il Vangelo chiama vita eterna, che è una realtà già presente.

1 SAMUELE 16, 1-13

Nella prima lettura tratta dal profeta Samuele si anticipa profeticamente quello che Gesù rivelerà compiutamente: il Signore non guarda le apparenze, ma guarda il cuore. Israele ha voluto a tutti i costi un re per rispondere in modo efficiente ai vari attacchi armati dei popoli vicini. Non sopporta la propria diversità da loro e sembra voler rifiutare la regalità di Yahveh su di lui. Il Signore accoglie la rivendicazione, chiarendo che il re che guiderà Israele dovrà essere secondo il suo cuore. Samuele viene mandato da Iesse a Betlemme, fuori cioè dall'ambito dove Saul fa sentire il suo potere. Subito si mette in evidenza che la scelta di un re secondo il cuore di Dio non dipende da Samuele o da altri uomini, ma solo dal Signore. L'arrivo di Samuele a Betlemme vede gli abitanti del villaggio terrorizzati perché avvertono che il motivo della sua venuta può comportare dei rischi politici, vista la tensione tra il profeta e Saul. L'atmosfera di paura viene dissolta dall'aura di autorità divina e dal carisma del profeta che passa in rassegna tutti i figli di Iesse. Ogni volta quello che agli occhi umani sembrerebbe il più adatto a divenire re, appare invece non approvato dal Signore; e così cresce l'attesa di sapere chi verrà scelto da Lui. Dopo aver scartato tutti e sette i figli presenti si viene informati dell'esistenza di un ottavo figlio di Iesse, il quale per la sua giovanissima età, non può avanzare nessuna credenziale.

Solo il Signore può dire se quel ragazzo potrà essere il re del popolo di Dio, ed è questo che Samuele si sente dire e perciò può procedere all'unzione. A Davide non viene chiesto nulla, né sulla sua disponibilità, né sui suoi desideri. La decisione spetta solo a Dio, è lui che chiama, è lui che dà la missione. L'unzione non è solo un rito, ma è accompagnata dal vero dono, che può venire solo dal Signore: dal soffio dello Spirito di Dio. Così un ragazzo che socialmente appare un emarginato, uno privo di credenziali, viene posto a capo d'Israele.

Questo compie lo Spirito di Dio, che trasforma le persone e, nonostante le loro inadeguatezze e limiti, le rende adatte ad assumere la missione che il Signore affida a loro, missione esorbitante le loro forze umane, le loro qualità. E' lo Spirito la fonte di novità e la forza di trasformazione che Dio immette nella storia.

GIOVANNI 9, 1-41

Il cieco ha incontrato per caso Gesù, mendicava sul ciglio della strada. Un cieco era escluso dal tempio, quindi dalla religione.

Mentre Davide assediava Gerusalemme, gli abitanti della città l'avevano preso in giro, dicendo che persino i ciechi e gli zoppi gli avrebbero impedito di entrare nelle mura. Da vincitore, il re aveva fatto di Gerusalemme la sua capitale, e, per una ripicca un po' infantile, aveva decretato che quegli infermi non sarebbero mai potuti entrare nel tempio. Così il grande Davide si era vendicato della sua esclusione, escludendo a sua volta dei deboli innocenti. Oggi diremmo che li aveva scomunicati. L'ostracismo è un riflesso umano viscerale, irrazionale, spesso radicato nel sentimento di essere rifiutati. Il diverso fa sempre paura, meglio escluderlo dalla società. E' così che si giunge persino ad allontanare chi la pensa diversamente.

Gesù si intrattiene con lui. Come sempre dialoga con chi è escluso, con le persone alle quali nessuno rivolge la parola. Come uno oggi si fermasse a dialogare con un marocchino o un barbone. Ma chi lo fa mai? Gesù ridà la voce a chi non ce l'ha. Ai peccatori, agli indemoniati, persino ai lebbrosi. Come se avesse bisogno della diversità. Non si circonda forse di donne, di peccatori, di gentaglia, persino di bambini che contavano meno degli animali?

Gli apostoli si sentono a disagio nel vedere il Maestro fermarsi per strada con un mendicante. Alzano il livello della conversazione, tirando in ballo un quesito teologico. Bisogna sempre giustificare l'esclusione.

I discepoli cercano un responsabile di questa infermità. Sarà lui? Ma se è nato cieco, che male avrebbe potuto commettere prima di nascere? I suoi genitori allora? Quando ci capita una disgrazia, ci chiediamo istintivamente che cosa abbiamo fatto per meritarla. "Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio." No, non è la solita risposta che presenta l'eternità come il compenso alle pene di quaggiù! Quali sono le opere di Dio? La creazione, di cui il capolavoro è l'essere umano. L'opera di Dio è l'uomo felice, rispettato nella sua dignità. Voi lo disprezzate perché è cieco, mendicante. E Gesù "sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: "Va' a lavarti nella piscina di Siloe". Come si ripetesse il gesto della creazione d'Adamo, plasmato dal fango del suolo. Il cieco, umiliato dalla sua infermità e ora dalla supposizione che la sua menomazione sia frutto del peccato, è invitato a diventare protagonista della sua guarigione.

E' una storia che, come sempre con Gesù, si rivolge su due piani: i ciechi sono coloro che guardano all'apparenza. Il vedente è Gesù che non si ferma mai all'esteriorità: scorge in ogni essere umano il volto di Dio.

Il Vangelo è l'intreccio di queste due dimensioni. "Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato, accusano i farisei di fronte al miracolo. I genitori del cieco, chiamati in causa, preferiscono l'omertà alla verità. Chi vive nell'esteriorità rifiuta il cambiamento di chi si avvicina alla verità nascosta sotto l'apparente realtà. L'uomo guarito cammina invece verso la verità: "Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi."

Naturalmente lo cacciano via. Eccolo nuovamente escluso dalla religione ufficiale. A questo punto s'incontra con Gesù e avviene la vera guarigione di cui la prima era solo simbolo; così scopre la realtà nascosta dell'identità di Gesù: "Tu credi nel Figlio dell'uomo?". "Io credo Signore!"

Amici, sforziamoci di guardare oltre l'apparenza, con lo stesso sguardo di Gesù, diventeremo vedenti e riusciremo a scoprire il bene anche nelle situazioni negative!

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