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In questa domenica le letture cercano di farci comprendere quale debba essere il ruolo del cristiano, che solo se invaso dallo Spirito di Dio può vivere con "sapienza ed essere veramente luce nel mondo. leggi tutto...
 

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


foto V Tempo Ord.A

 

La liturgia di questa domenica, attraverso le letture, ci vuole indicare il giusto modo di essere cristiani, soprattutto quale debba essere la nostra testimonianza nella vita quotidiana.

Domenica scorsa la liturgia ci ha proposto il racconto della presentazione al tempio del Signore Gesù. Questo "bambino" è venuto nel mondo per farci conoscere il Padre, per la salvezza di tutti gli uomini, perché anche noi, come la profetessa Anna e il Vecchio Simeone, lo accogliessimo, lo lodessimo e lo ascoltassimo, in modo da comprendere ciò che Dio vuole da ciascuno.

Nella prima lettura il profeta Isaia ci suggerisce il giusto modo di digiunare. Il profeta Isaia, vissuto nell'ottavo secolo avanti Cristo, scrive sempre in modo molto poetico tutte le sue profezie tanto da essere considerato il "Dante" del vecchio testamento. Cosa serve all'uomo digiunare, chinare il capo, stendersi a letto, se poi tutte queste pratiche restano solo cose esteriori? Il vero digiuno è quello che viene dal cuore, dal di dentro di ciascuno, cioè la capacità di dividere il pane con l'affamato, vestire l'uomo che si presenta a noi nudo, aprirgli la casa quando si trova pellegrino e solo, quando sarai capace di saziare ed alleggerire il cuore di chi è afflitto.

Queste sono le cose necessarie perché il digiuno sia giusto e gradito al Signore.

Allora la tua luce rispenderà nelle tenebre e quando invocherai il Signore egli ti dirà: "Eccomi", il Signore camminerà davanti a te e ti indicherà la via per agire con giustizia.

Come sarebbe bello se veramente nella nostra vita fossimo capaci di non puntare mai il dito nei confronti dei fratelli, se sapessimo accogliere con generosità tutti coloro che incontriamo nella nostra giornata e sapessimo dispensare solo "luce". Utopia da soli, ma con il Cristo vicino possibile

"Il giusto risplende come luce", con il ritornello del salmo 111 il salmista ricorda come l'uomo giusto, cioè colui che amministra bene i suoi averi, li condivide con i poveri, camminerà sempre nella luce e non avrà mai paura di "tristi notizie" perché sa che con il Signore tutto si può affrontare.

Nella seconda lettura l'apostolo Paolo scrive alla comunità di Corinto, città fiorente di commercio, ma il popolo, tornato dall'esilio, aveva ripreso le abitudini di un tempo, dandosi agli agi e alla vita sregolata. Paolo mentre era ad Efeso scrive allora una lunghissima lettera alla comunità di questa città: la lettera da cui la liturgia di oggi ha preso i versetti dal 1 al 5, nei quali ricorda che lui stesso quando era venuto a Corinto aveva parlato loro non con "eleganza e sapienza" Ma aveva parlato loro solo del Cristo e del Cristo crocifisso, aveva annunciato loro la Parola con trepidazione sperando di poter fargli capire che la "fede" non si basa sulla "sapienza degli uomini" ma sullo Spirito di Dio.

Il cristiano dovrebbe tener sempre presente questo ammonimento di Paolo. Infatti, come diceva uno scrittore, la grande novità del cristianesimo è la fede nello Spirito di Dio.

Oggi preghiamo tutti poco, presi da mille occupazioni, ci dimentichiamo di ringraziare il Signore per tutto quello che ci concede, ma soprattutto, forse, si prega poco lo Spirito Santo, quella terza persona della trinità che Gesù, tornando al Padre, ha chiamato"Consolatore" cioè colui che può illuminare tutte le nostre scelte di vita.

L'evangelista Matteo nel brano del Vangelo ci ricorda la predicazione di Gesù che dopo il discorso della montagna si ferma ancora ad ammaestrare i suoi discepoli utilizzando il simbolo del sale e della luce.

Gesù paragona i suoi discepoli al sale della terra, quindi la Chiesa è il sale che, come nel quotidiano insaporisce, rende gustoso e conserva i cibi senza farli deteriorare, l'elemento principale insieme alla luce, che rende il cristiano suo discepolo.

Il Maestro continua poi il discorso dicendo che i discepoli, come il cristiano oggi, devono essere come la città che è posta su un alto monte, impossibile da non vedere, e la cui vista testimonia la presenza di Dio che deve essere lo scopo principale del nostro cammino.

Continua ancora dicendo che non si accende una candela per metterla sotto il moggio, ma nel candelabro, così che possa illuminare tutti coloro che abitano nella casa.

Il cammino del popolo di Dio si completerà se il cristiano, fermo nella fede, sarà capace di testimoniare nella gioia vera e nella speranza l'esperienza del Cristo che ha incontrato.

Già molte volte abbiamo espresso il concetto che per essere "cristiani autentici" non è necessario fare "grandi cose" ma è necessario essere testimoni fedeli nelle piccole e insignificanti "cose quotidiane" basta un sorriso, una stretta di mano, un grazie detto con il cuore o anche solo uno sguardo complice che rassicura e incoraggia, insomma le piccole "gocce quotidiane" di cui parlava la piccola e grandissima Madre Teresa.

Il brano termina con l'esortazione di Gesù ai discepoli a fare opere buone, perché vedendo cose buone gli uomini ringrazino con il cuore il signore Dio Padre che sta nei cieli.

Le opere che giornalmente riusciamo a fare ci "gratificano" o testimoniano la presenza di Dio che è in noi.

Tutti dobbiamo essere "testimoni" in virtù dei sacramenti del Battesimo e della Cresima che abbiamo, come cristiani, ricevuto. La testimonianza cristiana è un dovere di tutti non è riservata solo ai "santi".

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