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IMAGE BILANCIO POSITIVO IN QUESTA CHIUSURA D’ANNO SCOLASTICO...

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L’ARCICONFRATERNITA MARIA SS. DEL CARMINE, IN SEGNO DI COMUNIONE CON LA PARROCCHIA S. GIUSEPPE, APRE LA PRATICA DELLA NOVENA ALLA BEATA VERGINE DEL MONTE CARMELO. leggi tutto...
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La liturgia di questa domenica ci ricorda il "sì" incondizionato che il Cristo dice al Padre per compiere la sua missione di salvezza. leggi tutto...
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Dalla prossima stagione ci sarà anche Fabio Genchi a difendere la porta del G.S. Giovinazzo Calcio a 5. Trentacinque anni, barese, la sua è una famiglia di sportivi: «Siamo tre fratelli- racconta il neo portiere biancoverde- uno... leggi tutto...
 

BATTESIMO DI GESU'


foto Battesimo di Gesù

 

Siamo sulle rive del Giordano. Un profeta sta battezzando, sta cioè immergendo nelle acque del Giordano coloro che vengono a lui, che lo cercano, che lo seguono.

Un rito di purificazione, una promessa di cambiamento di mentalità, l'attesa di una liberazione... Chi è un profeta? Uno che prevede il futuro? No. Il profeta è uno che dice uomo per dire Dio e che dice Dio per dire uomo. Per questo Giovanni ha un grande seguito, perché dà voce a quella umanità inespressa che è in ognuno di noi e che ci consente di gridare a Dio "Abbà, Padre".

A lungo Giovanni ha gridato nel deserto la sua speranza, destinata a trasformarsi in una speranza universale. Ha annunciato il tempo della liberazione ai poveri e agli oppressi. Si è confuso con loro, è diventato uno di loro. Ha negli occhi e nel cuore le parole del profeta Isaia: «Ecco il mio servo che io sostengo, / il mio eletto di cui mi compiaccio. / Ho posto il mio spirito su di lui; /egli porterà il diritto alle nazioni. / Non griderà né alzerà il tono, / non farà udire in piazza la sua voce, / non spezzerà una canna incrinata, /non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; / proclamerà il diritto con verità. / Non verrà meno e non si abbatterà, / finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, / e le isole attendono il suo insegnamento» (Isaia 42,1-4).

In mezzo a quella folla che attende di immergersi nelle acque del fiume arriva Gesù. Senza staffette a precederlo, povero tra i poveri, senza cappe di ermellino, è l'unico ed eterno sacerdote ma non indossa il collarino né la talare, è senza responsabili dell'immagine al seguito. È uno di noi. Non ha privilegi, oggi si direbbe che paga le tasse come tutti coloro che non godono di esenzioni, si mette in fila con gli altri e aspetta pazientemente il proprio turno.

Gesù vuole il battesimo. Non dice l'evangelista che il cammino da Nazaret è stato lungo, denso di insidie. Sulle piste aride e brulle del percorso Gesù ha ripensato alla sua scelta di vita. Il figlio del falegname e di Maria ha lasciato la sua casa, il suo lavoro da artigiano, un cibo caldo e un letto, non per fare un'esperienza da "Isola dei famosi", ma per fare un cammino di conversione. Ha subìto, come ognuno di noi, tentazioni fortissime. Non ha ceduto ad esse. Ha scelto i poveri, coloro che fanno più fatica, i "diversi", gli "espulsi" dalla città, coloro cioè che non hanno potere e che dipendono dal potere dei ricchi. Si Gesù vuole il battesimo e si confonde con tutte le persone che sono andate a cercare Giovanni, il profeta.

Qualche anno più tardi, Pietro il primo pontefice, ripercorrendo in casa di Cornelio gli episodi della vita del Maestro, e ripensando al battesimo di Giovanni dirà: « In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga. Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d'Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti. Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret...» (Atti, 10,34-38). Ancora una volta: un inno all'umano, perché - come ci ricorda Paolo De Benedetti - "io creo il mio prossimo ovunque io vada e possa giungere con la mia azione, ossia ovunque io riesca a trasformare il lontano in vicino. Il mondo intero, e non solo quello umano, si volge così a noi e ci invoca" ( E amerai in prossimo tuo come te stesso: il sono il Signore - Lev 19,18) in «Famiglia Domani» 4/1995, pp. 62-64.

Oggi si discute molto sull'opportunità di dare il battesimo ai bimbi appena nati e che dunque non ne hanno la consapevolezza. È giusto farlo? Non sarebbe più opportuno attendere una scelta consapevole da parte di ogni soggetto? Si tratta di un problema che sul piano pastorale viene spesso affrontato da diverse angolazioni, talvolta in contrasto tra loro e nel quale non è questa la sede per addentrarci. Pur vivendo in un contesto di accentuata secolarizzazione, motivi di convenienza sociale, di tradizione e, non di rado, di immagine, inducono il più delle volte genitori non praticanti a far battezzare i propri figli, non avendo peraltro l'intenzione, né forse avvertendo l'esigenza, di approfondire con loro, quando cresceranno, la fede cristiana e l'impegno ecclesiale.

Il battesimo non è un rito magico, come molti forse ancora pensano. Ma forse può diventare l'inizio di un cammino. Un cammino di fede nel quale, peraltro, sempre dovrebbe essere inserito. Far battezzare i propri figli può contribuire a mantenere acceso quello "stoppino fumigante" che è in ognuno di noi, quello che ci fa gridare "Abbà, Padre" quando tutto pare perduto e quella prospettiva di ricerca di senso, che è il valore religioso per eccellenza, pare allontanarsi definitivamente dalla nostra esperienza di vita.

Che cosa significa, allora, per le coppie e le famiglie "andare al Giordano", fuori di metafora farsi battezzare? Significa prima di tutto riconoscersi assetati, non migliori né peggiori delle altre coppie e delle altre famiglie, coppie e famiglie "modello" o coppie e famiglie un po' "scalcagnate", senza cedere al vizio spesso presente nelle nostre comunità di classificarle, perché il Signore le accoglie tutte, senza fare distinzioni: tutte, sia le prime che le seconde, condividono la non facile, talvolta addirittura tragica, avventura dell'esistere e sentono il bisogno profondo, inesprimibile, di un rinnovamento, di una "conversione", cioè di una rinnovata filtrazione di senso. Significa mettersi in fila, come ha fatto Gesù, non per conformismo, ma per condividere ciò che fanno i poveri tutti i giorni, da sempre. Significa trovare le strade faticose dell'inserimento in una comunità, perché da soli si fa poca strada: una comunità povera, costantemente in ricerca, che non si autocelebra, ma che celebra invece il rito dell'accoglienza incondizionata nei confronti di tutti.

Scrivo queste poche righe all'alba di un giorno che già si preannuncia luminoso. Le giornate, impercettibilmente, si allungano. Finisce la lunga notte e la Luce del Natale appena trascorso già pare invadere tutti noi, tutta la natura. Abbiamo ancora nel cuore l'eco di questa festa. E tuttavia il Cristo che è nato non è "sceso dalle stelle", è uno che si è incarnato nella nostra vita, che abita nella nostra tenda, che si è messo in fila con gli altri. Lui però è il Liberatore, non può essere un'eco nel cuore degli uomini e delle donne della storia. Dobbiamo accettare di essere sempre un po' vacillanti, accogliere le espressioni sempre un po' maldestre di questa nostra incessante ricerca di senso.

Questa è l'esigenza dell'evangelo. Nella comunità cristiana le famiglie e le coppie, soprattutto quelle che vivono tempi di fatica e d'angoscia, non devono mai sentirsi a disagio, o fuori posto. Chi le fa sentire a disagio, chi, prima di pensare alla propria conversione, pretende di "convertirle", si assume una terribile responsabilità. Forse il battesimo di Gesù, in fila con tutti gli altri poveri, vuol significare anche questo.

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