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XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


foto XXVII tempo Ord.C

 

La liturgia della 27° settimana del tempo ordinario, ci parla di fede,

di chi la ha, da chi è donata e come questo dono può essere accresciuto, almeno alle dimensioni di un granello di senape, per essere in grado di fare cose meravigliose, quali sradicare un gelso e piantarlo in mare. Così ci dice Gesù, mentre i rabbini del tempo dicevano che la pianta più difficile da sradicare fosse il sicomoro. I maestri di vita di oggi dicono invece che la pianta che oggi mette più folte e più profonde radici sono le poltrone dei privilegi, capaci di trasformare i così detti operatori di servizi in persone infallibili e intoccabili, o meglio che non si lasciano toccare. La fede è il motivo dominante dell'ufficio delle letture di questa 27a domenica del tempo ordinario. Essa ci suggerisce che la fede deve essere chiesta con pazienza, perseveranza, se si vuole entrare a far parte dei costruttori del Regno di Dio. Ma il Regno si instaurerà, comunque, indipendentemente dalla nostra volontà. Noi, con il profeta Abacuc, ci chiediamo ma quando? Nella prima lettera il profeta Abacuc, come anche ognuno di noi, si chiede "Perché" e "Fino a quando" durerà il male, la violenza, l'ingiustizia contro il popolo che Dio si è scelto; fino a ci saranno preoccupazioni per il lavoro che oggi non c'è e vede i nostri giovani privi di futuro. Come risposta Abacuc ha, da Dio, una visione e un incarico: scrivere su "Tavolette" che c'è un limite a tutto questo e la sua data finale è conosciuta solo da Dio. Di certo si sa solo che avverrà, pertanto il giusto può solamente vivere sperando in Dio. Il giusto trova la forza di superare l'ostacolo nella fede, anche se l'attesa sembra non aver fine. Quanto all'attesa, essa è figlia della pazienza, della calma ed implica la capacità di resistere allo scontro e alle delusioni, specie quando riteniamo che Dio è in ritardo, non sulla sua promessa, ma sulla nostra fretta, perché teniamo conto solo del nostro calendario. La fede, dono di Dio, che è attesa, attesa paziente, si concretizza nella perseveranza. E' quanto dice a noi l'apostolo dei gentili, nella sua seconda lettera a Timoteo, allorquando lo sollecita a: "ravvivare il dono di Dio", respingendo timidezza e paura, per adottare uno stile improntato a " forza..., amore... e saggezza" alla causa del Vangelo, come del resto fa lui, Paolo, in catene a motivo di Cristo. Il compito dell'annuncio del Vangelo, per essere trasmesso integro, necessita dell'azione dello Spirito Santo, che ci aiuta a resistere con fedeltà e perseveranza all'insorgere delle avversità, solo se lo vogliamo veramente. Per essere buoni servitori di Dio, lavorare per il suo Regno, ci vuole perseveranza, cioè, volontà di seguire la sua Parola, mossi dallo Spirito Santo e tendere al fine buono che la Parola ci indica. In poche parole la perseveranza è costanza continua e ininterrotta nel compiere il bene. E, dopo aver compiuto questo nostro lavoro, in maniera decisa e gratuita, riconoscere di aver compiuto il nostro dovere e niente di più. Se ci attendiamo ringraziamenti, "sedersi a tavola col padrone", per il nostro servizio, abbiamo ricevuto il nostro salario, siamo dei salariati e abbiamo lavorato per noi stessi, non per gli altri, anzi, talvolta, abbiamo costretto gli altri al nostro servizio. La Chiesa ha necessità di Servi che fatichino per il Regno di Dio e non di salariati, di qualsiasi genere e grado, che necessitano di ricompense e prebende. Ma la fede, per la quale lavoriamo al Regno di Dio, non ce la diamo da soli, né la aumentiamo con i nostri sforzi, essa è dono di Dio, è da noi supplicata affinché Egli la faccia crescere. La fede cresce e lentamente solo quando resistiamo alle prove che Dio ci mette davanti per saggiarci. Il servo del Vangelo, dopo essersi messo in silenzio a disposizione, preferisce ritirarsi in disparte, ritenendosi inutile e, sempre in silenzio, aspettare che il Padrone lo chiami per dargli quanto Lui ritiene opportuno. Allora possiamo concludere con Paolo: concedimi, Padre, di ascoltare la voce dello Spirito che tu mi hai dato come caparra, oppure come diceva mia nonna che diceva: "Grazie a Dio e anche a noi quando possiamo essere generosi".     

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