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Massari: “Quella volta che gareggiai con i campioni”


 

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Tappa giovinazzese per la 103esima edizione del Giro d’Italia, la prima a svolgersi eccezionalmente in autunno causa pandemia.

Sarà infatti proprio la cittadina in riva all’Adriatico ad ospitare la partenza dell’ottava frazione della Corsa Rosa sabato 10 ottobre. Un momento di grande sport, ma anche l’occasione per riavvolgere il nastro dei ricordi per qualcuno che molti campioni del Giro li ha incontrati di persona. Proprio come accaduto a Giambattista Massari, meglio conosciuto come il “Professore”. Lui che oltre ad essere un maestro dell’hockey su pista, ha detto la sua in molte altre discipline, compreso il ciclismo. Nel suo palmarès il titolo di Campione Regionale nella corsa a cronometro e la Coppa Adriana di Puglia. Dai pattini a rotelle alle due ruote il passo è breve. Soprattutto per chi come Massari è abituato ad approcciarsi ad ogni tipo di sport con rigore scientifico e metodo. Gli stessi che gli hanno permesso di primeggiare in ambito dilettantistico anche nella disciplina delle due ruote.

«Ricordo ancora la mia prima gara a Paglieta in provincia di Chieti – afferma il professore –All’epoca gareggiavo con la Fulgor Molfetta e dovevamo recarci in Abruzzo in bici. Le difficoltà lungo il tragitto erano tante e i miei compagni di squadra all’altezza di San Severo decisero di tornare indietro. Io, invece, per non dare ragione a mio padre che aveva già previsto questo epilogo, continuai in solitudine».

Una gara nella gara.

«Arrivai alle 5,30 di mattina sfinito e mi addormentai vicino alla sede della società organizzatrice della gara. Quando arrivò il primo dirigente mi diede del matto, incredulo che fossi arrivato in bicicletta da così lontano. Al ritorno dopo un centinaio di chilometri mi fermai perché non avevo più forze. Per fortuna passo di lì un camion targato “BA” che trasportava marmi e pregai l’autista di farmi salire a bordo. Fu un miracolo: non sarei riuscito ad arrivare a casa in quelle condizioni. Ricordo tutto come se fosse oggi: da una parte tanta sofferenza e sacrificio, ma dall’altra una grande lezione di vita».

Nel 1959, invece, lei gareggerà con Vito Taccone detto "il camoscio d'Abruzzo" sia per le ottime doti di scalatore che per il suo carattere grintoso.

«Lui, io e Capodivento siamo stati protagonisti di una gara a Monopoli.

Entrambi si sarebbero poi distinti durante la Corsa Rosa: Taccone si aggiudicò infatti diverse tappe, mentre Capodivento, anche lui pugliese come me, vinse la classifica dell’intergiro alla sua prima partecipazione».

Tra i suoi compagni di ciclismo anche lo sfortunato Marco Manzari.

«Aveva le doti da grande campione: avrebbe senz’altro detto la sua nelle grandi corse. Dopo essere cresciuto nella Polisportiva Palese dove mi ero nel frattempo trasferito, venne tesserato per la Faema Preneste di Roma e proprio in quel periodo stava passando al professionismo. Ritornò a Bari per assistere a una partita al Della Vittoria, venne investito e perse la vita».

Qualche anno più tardi il Giro d’Italia arriva a Bari e lei incontra Jacques Anquetil (anche lui trionfatore nella nota competizione, ndg).

«Vide la mia bicicletta verde brillante con le modifiche che avevo messo a punto da poco, mi propose di scambiarla con la sua e io mi rifiutai».

Nel 1964, invece, lei partecipa al Gran Premio della Liberazione (una corsa in linea maschile di ciclismo su strada che si svolge a Roma ogni 25 aprile), insieme a quelli che sarebbero diventati di lì a poco protagonisti di numerosi Giri d’Italia.

«A quell’edizione parteciparono i ciclisti delle nazionali di Jugoslavia, Polonia e per la prima volta del Belgio.

Riconobbi in questo nugolo di ciclisti Willy Plankaert (vincitore di tre tappe della Corsa Rosa del 1967, ndg), in quel momento il belga più accreditato. Credo ci fosse anche Eddy Merckx. Stupito dall’esordio al Gran Premio della nazionale belga chiesi a Plankaert come mai fossero venuti a Roma e lui mi rispose che la consideravano la corsa più importante a livello dilettantistico. Ricordo bene che era più basso di me, ma aveva delle cosce molto sviluppate tipiche dei velocisti e dei finisseur di altissimo livello».

Non a caso soprannominato "il piccolo Van Steenbergen" proprio per la piccola statura.

«Plankaert e i suoi compagni di squadra partirono a razzo perché erano molto veloci sul percorso pianeggiante, meno forti sulle salite. Infatti quando arrivammo a Rocca di Papa molti corridori abbandonarono. Io arrivai nel gruppetto degli inseguitori mentre a vincere fu Carlo Storai seguito da Roberto Ballini e Vincenzo Meco».

Una grande amore quello per il ciclismo al quale poi però non fece seguito una carriera a livello professionistico.

«Il ciclismo è lo sport più duro che esiste: occorre allenarsi tre volte al giorno con ogni tempo e tra mille difficoltà. È stata una scuola di vita molto importante per me. Penso che senza quella “forma mentis” non avrei potuto battere i due record del mondo di pattinaggio su strada. Decisi però di abbandonare perché come diceva mio padre “con il ciclismo non si poteva mangiare”, ma la mia passione per questo sport è sempre rimasta immutata».

Lo sapeva bene anche il grintoso passista e velocista Michele Dancelli, suo idolo dell’epoca che si divideva tra il ciclismo e il mestiere di muratore. Nell’edizione 2020, invece, per chi farà il tifo?

«Per gli italiani è ovvio e per Vincenzo Nibali in modo particolare visto che è meridionale (sorride Massari, ndg)».

Dici Giro d’Italia e si apre un vero e proprio album di ricordi per Gianni Massari che in sella alla sua bici ha condiviso con le stelle del ciclismo il Gran Premio della Liberazione, dal quale nel 1985 verrà fuori un certo Gianni Bugno.

Ricordi di un ciclismo che fu. Chilometri su strada che profumano di fatica, di vita, di storie e di Storia, quella con la “S” maiuscola. Le stesse che tra qualche giorno attraverseranno anche le strade di Giovinazzo.

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