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G.S. GIOVINAZZO CALCIO A 5:E' L'ORA DI SUPERSTINO


 

Foto 1

 

Tagliare i capelli e non perdere la forza come accadde a Sansone, ma anzi, diventare ancora più forte. Lui è Ernesto Di Capua, per tutti “Stino”, portiere del G.S. Giovinazzo Calcio a 5. Un nome risuonato a gran voce in un PalaPansini gremito che, dopo un vero e proprio “Di Capua show”, ha omaggiato l’estremo difensore con il giusto tributo.

Per lui la soddisfazione della maglia da titolare nella stagione in corso. Un impegno che ha onorato con prestazioni superlative e interventi decisivi che più volte hanno salvato il risultato. Passa anche dalle sue dita, protette solo dal taping, quel quarto posto del Giovinazzo con 9 punti, a sole due lunghezze dalla neocapolista Chaminade e a un punto dal Molfetta e dal Canosa che lo precedono nel girone G di serie B.

Para d’istinto a distanza ravvicinata, neutralizza i tiri liberi, compie uscite “kamikaze”. Il menu di “SuperStino” è vario, ma l’esultanza è sempre la stessa: il pugno destro rivolto verso l’alto così come accaduto anche dopo le innumerevoli prodezze contro il Canosa. «Una partita vinta con il con il cuore e con la rabbia! (…)» come lo stesso Di Capua ha commentato sul suo profilo social. Ed è lo stesso Stino a spiegare il significato di quelle parole scritte d’impeto dopo il successo che fa scivolare la capolista giù dalla vetta della classifica. «Noi abbiamo sempre lanciato il cuore oltre l’ostacolo- afferma l’estremo difensore giovinazzese- ma adesso ci vuole anche un bel po’ di rabbia agonistica per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi. Stiamo affrontando un campionato non facile e, dove non arrivano tecnica e bravura, ci vogliono cuore e un po’ di rabbia, quella sana».

Quali le difficoltà maggiori?

«Ci danno tutti per favoriti e quando giocano contro di noi, si esprimono al massimo. E per dimostrare che i nostri avversari non si sbagliano, dobbiamo dare più del 100% per portare a casa la vittoria».

E per questo anche tu sei sempre lì, mai domo, a difendere la porta e a caricare i compagni, con il tuo numero “15” sulle spalle.

«Quindici come gli anni che avevo nel 2007 quando ho iniziato a giocare come portiere con la maglia del Giovinazzo. A tredici, quattordici anni, giocavo come pivot, ma il brivido di difendere la porta e la soddisfazione di negare la gioia del gol all’attaccante mi hanno sempre affascinato. Determinante in questa decisione anche la grande ammirazione nei confronti di Stefano Mammarella, il numero uno della Nazionale. Diventare portiere è la scelta più bella che potessi fare. In seguito ho affrontato il campionato Juniores con i Tigrotti Calcio a 5 per poi approdare al Futsal Giovinazzo prima di andare in prestito a Molfetta».

 

Foto 2

 

Ed è allora che c’è stata la svolta.

«La società voleva farmi fare esperienza fuori e devo ammettere che quella stagione in prestito al Real, prima di rientrare alla base, mi è servita tantissimo. In un ambiente diverso e allenandomi con giocatori che non conoscevo, ho iniziato a crescere e ad avere un po’ più di personalità. Antonio Lucivero (nelle file del Giovinazzo per quattro stagioni: due in B e altrettante in C1, ndg) che all’epoca era il primo portiere del Molfetta, mi ha aiutato molto impartendomi consigli preziosi e cercando di motivarmi continuamente. E, quando è arrivato il mio momento, ha saputo mettersi da parte. Antonio mi ripeteva sempre di usare la testa perché solo così sarei potuto diventare un buon portiere».

Testa, ma anche una buona dose di sana follia nel tuo essere un numero uno.

«È importantissima, dove non riesco ad arrivare con bravura e tecnica, cerco di raggiungere ugualmente il risultato con il cuore e con la follia. Solitamente sono un ragazzo tranquillissimo, ma appena entro in campo e indosso la maglia del Giovinazzo mi trasformo. Avverto molto la tensione della partita, ancora di più quando non posso giocare e mi sento letteralmente un leone in gabbia. La voglia di vincere qualcosa con il Giovinazzo è enorme».

Questo probabilmente il motore principale delle tue ottime prestazioni in questo primo scorcio di stagione.

«Il mio ruolo è molto delicato. In una partita posso essere determinante per una vittoria, ma in quella successiva posso commettere un errore e far perdere la squadra quindi preferisco archiviare le belle prestazioni e rimanere concentrato senza montarmi la testa».

Contro il Canosa, per te anche l’onore di indossare la fascia da capitano.

«È la prima volta che l’ho indossata in campo, tra l’altro davanti a un pubblico così numeroso. È stato come un sogno per me che sono cresciuto ammirando Piscitelli e Depalma e sperando un giorno di arrivare al loro stesso livello. Non a caso il motto, mio e della squadra, è proprio: “Credere nei sogni e non mollare mai”. Le difficoltà ci sono, ma occorre sempre venirne fuori».

E per questo Di Capua continua ad allenarsi tutti i giorni con il massimo impegno per migliorare sempre più in forza, reattività e per evitare di essere colto di sorpresa dalle mille situazioni che possono presentarsi in partita. In attesa di poter compiere la “parata della vita” e regalare al Giovinazzo il sogno che lui e i suoi compagni inseguono da tempo.

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