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Stallone: da giocatore ribelle a fischietto internazionale


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Giovinazzo, l’hockey su pista e quella passione che non va più via.
Questa è la storia di Francesco Stallone: giocatore ribelle prima ed arbitro internazionale poi. “Da un po’ di tempo si vociferava che fossi tra i possibili candidati – afferma Stallone (nella prima e terza foto gentilmente concesse da Roberta Mirabile e nel secondo scatto gentilmente concesso dall’ufficio stampa della FISR, ndg) - ma non vi era certezza”.
Poi sabato 24 agosto è arrivata insieme all’ufficialità grazie al comunicato stampa diramato dalla Federazione Italiana Sport Rotellistici.
Ben tre i direttori di gara promossi ad arbitri internazionali per la stagione 2019/20: insieme al giovinazzese anche Simone Brambilla di Vimercate e il salernitano Carlo Iuorio. “Significa che in questi anni ho lavorato bene – continua Stallone- e di questo ne sono molto contento. Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno creduto in me e tutti i miei colleghi, di sezione e non, i vari designatori e referenti per i loro preziosi consigli e la mia ragazza che mi sostiene in questo impegno e mi incoraggia ad ogni gara. È anche grazie a loro che sono arrivato a questo traguardo”. Un sogno divenuto realtà per Stallone che, come tanti giovinazzesi, ha iniziato a pattinare prima che a camminare.

Eri solo un bambino quando sei sceso in pista per la prima volta con la maglia dell’AFP.
Quando ho iniziato a giocare avevo solo cinque anni. L’aspetto che più mi piaceva? Lo spirito di squadra che mi ha aiutato a crescere e a diventare la persona che sono oggi. Mi viene da sorridere se ripenso a quante volte, da giocatore, ho discusso con gli arbitri. All’epoca non avrei mai pensato di diventare un direttore di gara. Ho collezionato diversi cartellini per proteste, perfino una squalifica per due giornate”.

Quindici anni di attività da hockeista, poi l’inizio dell’università e quell’“arrivederci” che ti è costato tanta sofferenza. Ne è trascorso di tempo lontano dal parquet, ma quel desiderio, mai sopito, era sempre lì, a farti compagnia.
Dopo aver conseguito la laurea in informatica tentai di ricominciare a giocare, ma non riuscivo a mettermi al passo con i compagni di squadra. Stavo per desistere, poi parlando con mio cognato, Gaetano Sterlacci, e chiedendo informazioni a suo zio, l’ex arbitro Mario Sterlacci, ho deciso di intraprendere il corso tenuto da Giovanni Parato”.

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Ed è così che sei rientrato nel mondo dell’hockey su pista in una veste completamente diversa e con un inizio inaspettatamente in salita.
Ricordo in maniera quasi traumatica il mio primo arbitraggio. Si trattava di una gara under15 a Matera. Ritrovarsi in pista con il dovere di gestire le squadre, il pubblico e l’intero contesto della gara all’inizio non è stato per niente facile. Volevo lasciar stare, pensavo che quel percorso non facesse per me. Provai a dirigere comunque altre partite, feci anche il mio esordio in B nel dicembre 2012 nella gara tra Pesaro e Novara, ma non mi sentivo adatto e per un anno circa abbandonai del tutto la carriera da arbitro. Parato nel frattempo continuava a motivarmi e a dispensarmi consigli. Incoraggiato dal suo supporto ho ripreso l’attività e nel 2013 ho diretto la mia seconda partita in serie B tra Forte dei Marmi e Follonica. Il mio “secondo esordio”, forse per la maggiore consapevolezza di ciò che mi aspettava, fu tutta un’altra storia. Scesi in pista con uno spirito differente e da lì le cose andarono sempre meglio. Nella stagione 2014/15 sono stato promosso in A2 e in quella seguente in A1”.

Il tempo e l’esperienza sono stati fondamentali.
Con il passare delle gare sono riuscito a concentrarmi solo sul mio compito e ad isolarmi da tutto il resto del contesto. Non dimenticherò mai la mia prima partita in A1 il 20 ottobre 2015 tra Follonica e Thiene. L’ho diretta con uno dei più grandi arbitri italiani, il viareggino Alessandro Da Prato. L’ansia era tanta, ma la sua presenza in pista mi rassicurava: sebbene avessi commesso qualche errore, a fine gara Da Prato mi fece i complimenti”.

Da Prato, ma non solo. Anche l’altro fischietto internazionale giovinazzese, Joseph Silecchia, ha avuto una grande importanza nel tuo percorso di crescita.
La presenza di Silecchia è stata fondamentale e il suo contributo prezioso. Ci ha sempre aggiornato sulle situazioni che potevano verificarsi in pista e da tempo ci informa anche sugli indirizzi internazionali, i cui orientamenti non sempre coincidono con quelli italiani”.

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E adesso che anche tu sei diventato un arbitro internazionale, quale la partita che ti piacerebbe dirigere?
Sicuramente la finale di Eurolega come ha fatto Joseph quest’anno, o la finale di un Europeo o di un Mondiale. Ci vorrà un po’ di tempo, ma è importante porsi sempre nuovi obiettivi”.

Quanto è stato difficile arrivare a questo traguardo partendo dal Sud?
La parte ardua è l’inizio: in serie B e, in parte, anche in A2. Qui ci sono pochissime squadre, per fare esperienza e farsi notare anche dai referenti del resto d’Italia è indispensabile andare al Nord. In B però il budget è piuttosto limitato ed è più difficile emergere. Una volta giunti nella massima categoria la situazione è più gestibile, ma mai facile. Molto spesso partiamo il venerdì sera o il sabato mattina per poi tornare la domenica sera. Occorre nutrire una grande passione per l’hockey su pista per poter affrontare con determinazione tutti questi sacrifici”.

Giocatori e arbitri: due ruoli diversi, spesso e volentieri in conflitto tra loro in pista, ma con tanti tratti in comune come la passione per lo sport e il grande impegno per poterla portare avanti.

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