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Sollecito e il teatro dei fratelli de Goncourt


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Studio, tenacia e sacrificio ancora oggi sono la via maestra per crescere e progredire. E questo mi pare un messaggio importante da diffondere in un tempo così difficile che sembra voler rapire i sogni e le aspirazioni di molti di noi”. Commenta così su facebook Michele Sollecito l’ennesimo traguardo raggiunto da studioso e grande appassionato della letteratura francese, a pochi giorni dalla pubblicazione in Francia del suo “Edmond et Jules de Goncourt, Théâtre” nella celebre collezione “Jaune” delle edizioni Classiques Garnier. Dieci anni di studi, di ricerche e anche di viaggi per Sollecito prima di completare l’edizione critica completa della produzione teatrale dei fratelli francesi, finora approfondita da altri con riferimento a singole opere, ma non in maniera globale.
Ricercatore in letteratura francese presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” Sollecito ha conseguito un master in “Digital Humanities”, oltre ad avere una discreta esperienza nel mondo editoriale avendo lavorato per anni come free-lance per diverse case editrici nazionali e francesi e per aver co-fondato nel 2013 LiberBook.
«Nel caso della mia edizione critica si è trattato di edizione di testi in parte inediti- spiega Sollecito- La produzione teatrale dei fratelli de Goncourt non ha avuto successo al pari di alcuni loro romanzi, su tutti “Germinie Lacerteux”, o delle loro opere di storia. “Riuscire a teatro” fu comunque il rovello principale dei due fratelli. Con l’edizione critica, dunque, ho dato spazio ai testi e soprattutto al contesto. Le note a piè di pagina aiutano a capire al meglio alcuni riferimenti impliciti presenti nelle opere, mentre le “notices” introducono il lettore nella ricostruzione storica inerente alla scrittura del testo, alla messa in scena e alle reazioni della stampa. Negli allegati ho inserito i documenti della temutissima censura teatrale, i resoconti vivacissimi della critica, le varianti rispetto ai manoscritti».

Cosa l’ha spinta ad occuparsi proprio dei fratelli de Goncourt, ai quali è anche intitolato uno dei premi più autorevoli della letteratura francese?
«La passione per Edmond e Jules de Goncourt e per il diciannovesimo secolo nasce a Parigi diversi anni fa quando ho avuto l’opportunità di studiare in Sorbona durante il programma Erasmus. Lì ho avuto la fortuna di seguire le lezioni magistrali dei più grandi professori di letteratura francese. L’anno in cui ho frequentato erano offerti programmi molti densi sul romanzo dell’Ottocento e in particolare sui due fratelli. Tornato in Italia, grazie alla saggia guida dei miei professori, ho avuto modo di continuare le mie ricerche sui de Goncourt e in particolare sulla critica teatrale dell’Ottocento, un genere poco studiato ma di fondamentale importanza per capire la vita letteraria della capitale francese che ruotava attorno al sistema teatrale. I de Goncourt in Francia ancora oggi mantengono il loro prestigio. Il loro “Journal” è un testo imprescindibile per conoscere la vita letteraria a Parigi durante gli anni centrali del diciannovesimo secolo».

Una sorta di spaccato della vita parigina scritto in uno stile essenziale e pungente e quasi interamente, come tutte le loro opere fino alla morte di Jules de Goncourt, a quattro mani. Quali, invece, le caratteristiche della loro produzione teatrale?
«Spazia dalla fantasia dei primi esordi sino alla cosiddetta “pièce littéraire”, dalla pièce storica sulla Rivoluzione, la “Patrie en danger”, sino alle pièce che hanno scomposto in “tableaux” i loro romanzi naturalisti come “Germinie Lacerteux” o “La Faustin”. Il loro fu un percorso accidentato: volevano a tutti i costi avere successo a teatro senza smentire la loro natura di romanzieri e storici. Ma il teatro aveva le sue regole e ignorarle significava andare incontro a fallimento certo. Così accadde per quasi tutte le loro opere. Proprio per questo motivo occorreva studiare e mettere in luce questo aspetto, per restituire completezza sia agli studi sui de Goncourt e sia agli studi sul teatro del Secondo Impero e Terza Repubblica in Francia. L’opera che si incastonerebbe meglio in questo particolare momento storico? “La Patrie en danger”, in cui si rincorrono temi attuali come la furia persecutrice, la compressione dei diritti, la lacerazione interna tra connazionali, il divario tra chi ha privilegi e chi subisce angherie».

Un lavoro senza dubbio impegnativo: quale l’aspetto che più l’ha colpita?
«Il confronto con le Istituzioni culturali in Francia. Ho potuto paragonare il loro sistema al nostro e devo riconoscere la loro superiorità ed efficienza. I servizi erogati dalla loro Biblioteca Nazionale (la BNF), o dall’Archivio nazionale, hanno un impatto estremamente positivo sul progresso delle ricerche scientifiche. L’aspetto, invece, che mi più mi ha colpito dei fratelli de Goncourt è la loro mania per la “presa dal vivo” del parlato, il loro essere ricercatori del “vero” sul campo. Ma non posso qui trascurare la loro grande intuizione: furono i primi ad apprezzare il realismo quando i canoni del classicismo erano ancora indiscussi così come furono tra i primi ad apprezzare l’arte giapponese».

Una passione che condividevano anche con il noto pittore barlettano De Nittis, con il quale Edmond de Goncourt strinse una bella amicizia. C’è qualche traccia di questo legame nella loro produzione teatrale?
«Edmond de Goncourt fu un suo grande amico: non a caso ricaviamo molte notizie su De Nittis dalle pagine del “Journal”. Tuttavia i de Goncourt scrissero il romanzo d’artista per eccellenza ben prima dell’arrivo del pittore barlettano a Parigi. Mi riferisco a “Manette Salomon” che parla degli artisti, del loro apprendistato e della loro carriera, dei loro successi e fallimenti e in cui si anticipano i temi dell’Impressionismo, della luce, della pittura en plein air. Un romanzo poi scomposto in tableaux da Edmond per portarlo sulle scene del teatro del Vaudeville nel 1896».

È corretto pensare che la pubblicazione da lei curata, frutto di un lavoro durato dieci anni e continuato anche in tempo di pandemia, sia dedicata anche ai tanti giovani che oggi si sentono “derubati” del loro futuro?
«Certo. La passione con la quale affrontiamo il presente è foriera di successi in futuro. Guai a perdere l’entusiasmo. Quando ho iniziato a lavorare a questa edizione avevo poco più di 27 anni, sapevo che dovevo confrontarmi con una casa editrice molto importante e con professori che avevano riposto in me una grande fiducia. Ciò mi ha responsabilizzato oltremodo. Quando le difficoltà contingenti si palesavano, pensavo alla grande soddisfazione che mi avrebbe atteso a fine percorso. E allora ripartivo. I più giovani non devono perdere di vista i grandi traguardi, le vette più alte, i sogni più audaci. Ne devono apprezzare tutta la bellezza. Sarà fondamentale per superare le avversità. Nonostante tutto».

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