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LA TRADIZIONALE DEVOZIONE POPOLARE A S. GIUSEPPE ANNIENTATA DALL’EMERGENZA SANITARIA


Altarino Nacci 3

 

In questo periodo, ormai primaverile, siamo stati completamente sovvertiti da una serie di prescrizioni di limitazioni personali e di ordine sociale, impartite per fronteggiare l’epidemia di coronavirus, ma siamo rimasti anche travolti, per quanto è dato di rilevare, dall’epidemia della paura e dal terrore di qualunque cosa osiamo fare. Anche le massime autorità ecclesiastiche sembra siano state imbrigliate in questa sorta di emergenza al punto da determinarsi a diramare altrettante disposizioni rigide, uniformi a quelle disposte dagli organi di governo nazionale e anche dagli organismi istituzionali periferici. D’improvviso sembra non si sia più avvertita la necessità di preoccupazioni pastorali e di assistenza spirituale e di vicinanza consolatoria a chi possa averne bisogno, secondo quelli che sono gli indirizzi cristiani predicati ordinariamente.
Si sono sospese tutte quante le celebrazioni liturgiche, è stato vietato di impartire sacramenti e, perfino, il rito funebre. E, a fronte di tali radicali impedimenti, estesi sull’intero territorio nazionale, si è cominciato a sperimentare una pratica di liturgia virtuale, una sorta di celebrazione dell’Eucarestia, in privato, cui i fedeli possono relazionarsi a mezzo delle moderne strumentazioni comunicative.
Vittima , dunque, di questa pestilenza globale è anche l’opera santificatrice della chiesa con la sua principale missione di fornire un messaggio di speranza e un sentimento di fede che, al di là della tragedia della preoccupante infezione, ci viene sempre offerta la salvezza annunciata dal Vangelo. In questo marasma generale anche la nostra espressione di pietà popolare a S. Giuseppe, a mezzo dell’allestimento di altarini in casa,proiettati a raccogliere devoti pellegrinanti che si affidano alla protezione del Padre putativo, ha visto la sua abolizione.

altarino Nacci 2

Senza voler in alcun modo fare provocazioni su quel che può essere, in questo frangente, il senso della fede cristiana senza che la comunità possa vivere essenzialmente la realtà sacramentale del Corpo mistico di Cristo, mi pare che un momento di invocazione e di richiesta di protezione a S. Giuseppe, ognuno possa crearselo, anche in privato, in casa propria, e con modalità intimistiche che credo siano parimenti efficaci per una vera preghiera.
Proprio a questo riguardo ho avuto la possibilità di prendere cognizione del pensiero di un teologo e filosofo francese, JeanGerson, (n. a Reims, 1363 –m. a Lione 1429) che nel corso del dibattuto quanto controverso concilio di Costanza (1414-1418) ebbe a riflettere in maniera molto profonda e partecipe sul culto a S. Giuseppe. Gerson, presente al Concilio in qualità di inviato, nel suo ruolo di Cancelliere della Università della Sorbona, ove aveva conseguito il dottorato nel 1395, in due giorni del mese di settembre 1416, medita e scrive sulla figura del padre putativo di Gesù. Quel suo trattato cui dà il titolo di “Josefina” mette, secondo le sue impressioni, a narrazione le vicende vissute dalla Sacra Famiglia sino alla morte di Giuseppe. Una elaborazione in forma di poema che si rivela essere un’apologia del matrimonio verginale, unione casta che mira a tradursi in quel che la teologia ritiene essere il legame di Cristo con la Chiesa, immagine della proiezione spirituale che fa anelare l’anima a Dio. La narrazione, scritta in latino, di “Josefina”,in forma poetata, raccoglie, in dodici parti, tutto quanto il vissuto di quel nucleo familiare, dalla nascita di Gesù, la circoncisione con la presentazione al Tempio e l’esperienza coniugale di Giuseppe con la rappresentazione della sua morte, intorno ai trent’anni di Gesù, quando inizia la sua missione di annuncio della buona novella. Mirabilmente poetica l’immagine descritta della sua morte con il suo addio alla sposa e al figlio.
Il testo a sfondo teologico di “Josefina”è disponibile in lingua francese,in una edizione critica di Les Belles Lettres, Parigi, corredata da appunti di analisi storico-dottrinali e da un assortito apparato di note esplicative.
Leggendo una traduzione sintetica del contenuto del trattato dottrinario di Jean Gerson mi ha meravigliato come il teologo nella circostanza del complicato contesto del Concilio di Costanza abbia stupendamente configurato l’immagine paterna e serena di Giuseppe fino alla sua morte, figurata come un passaggio di vita da padre in figlio.
E’, comunque, da sottolineare che Gerson non ebbe una vita facile, a motivo del suo pensiero critico, se si pensa che arrivò a inimicarsi autorità politiche del tempo ed anche di esponenti della Curia romana. Dovette vagare qua e là per centri culturali e monasteri di tutta Europa e trascorse gli ultimi anni a Lione presso il fratello, priore dei frati celestini. Gerson, detto Doctor christianissimus, si rivelò essere un teologo mistico e, al pari Duns Scoto, fondò la morale sulla volontà divina. E durante il Concilio di Costanza contribuì in maniera decisiva alla condanna di illustri personaggi, ritenuti eretici. Per contro egli fu tra i fautori delle tesi della subordinazione del papa al concilio e della sua removibilità e fallibilità, tesi che poi ebbero a focalizzarsi con la dottrina del gallicanesimo.

 

Le foto sono state gentilmente prestate dalla famiglia Nacci che  anche quest' anno ha voluto mantenere inalterata la devozione

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