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La sussidiarietà e i pericoli di una sua errata interpretazione


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La democrazia e il principio di sussidiarietà, questo il tema della penultima lezione della Scuola di democrazia tenuta dal professor Nicola Colaianni, docente ordinario di diritto Ecclesiastico presso l’Università degli Studi di Bari. Magistrato e politico, già membro del gruppo scientifico dei “Comitati per la Costituzione” fondato da Giuseppe Dossetti, Colaianni è stato anche autore di numerose pubblicazioni scientifiche.
Chiarezza e concretezza al centro dell’approfondimento tenuto dal giurista barese sabato11 maggio presso la sala “San Francesco” della parrocchia “Maria SS. Immacolata” di Giovinazzo organizzato, così come tutto il percorso di formazione, dalla Diocesi di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi e dall’Associazione “Cercasi un fine- Onlus”, in collaborazione con l’Ufficio Pastorale Sociale e del Lavoro, la Consulta per le Aggregazioni Laicali, l’Ufficio Socio Politico dell’Azione Cattolica e l’Osservatorio per la legalità e per la difesa del Bene Comune di Giovinazzo e in sinergia con le redazioni di “Luce e Vita” ed “In Città”.

Professor Colaianni, nel penultimo incontro del corso di formazione ha approfondito il tema della sussidiarietà. Un principio entrato a far parte della Costituzione solo dopo la riforma del Titolo V, ma di fatto presente da tempo nella Carta Fondamentale.
“La sussidiarietà è un concorso tra varie realtà che si occupano dei medesimi problemi.
Si parla di sussidiarietà verticale quando è lo Stato a sostituirsi alle Regioni e ai Comuni laddove questi ultimi con le loro risorse non riescono a rendere efficienti i servizi approntati in questi ambiti. Una sorta di ascensore che va su e giù tra i vari livelli dello Stato per vedere quale sia quello più efficiente.
Si tratta di sussidiarietà orizzontale, invece, quando il Comune favorisce le iniziative autonome dei privati cittadini, singoli o in forma associata, per svolgere quegli stessi servizi. La si potrebbe paragonare a una navetta che circola in modo orizzontale alla ricerca, anche quest’ultima proprio come l’ascensore, della maggiore efficienza”.

Nell’ambito della sussidiarietà verticale ha evidenziato le criticità presenti nei rapporti tra Stati nazionali e Unione Europea. Un organismo sovranazionale avvertito con un crescente senso di insofferenza da parte dei cittadini. Un fenomeno ascrivibile al fatto che l’Europa appaia sempre più vincolata al bene dei singoli Stati membri e non, come in origine, a perseguire il bene comune?
È chiaro che l’Unione Europea non funziona al meglio perché gli Stati, pur avendo aderito e avendole conferito una serie di competenze, in realtà vogliono continuare a mantenere la propria sovranità. Un atteggiamento un po’ contraddittorio dovuto al fatto che il voler far parte dell’Europa sembra essere legato alla convenienza e non al voler contribuire al perseguimento del bene comune. Basti pensare al fatto che alcuni Stati si rifiutano di accogliere le quote di immigrati decise dall’Unione. Circostanza questa che comporta un peso insostenibile per i paesi che si affacciano sul Mediterraneo”.

Un’attenzione all’interesse del singolo ente territoriale che sta divenendo motivo di criticità anche nei rapporti tra Stato e Regioni. Non più il perseguimento della crescita e dello sviluppo dell’intero Paese, ma anche qui una politica tesa al raggiungimento dell’interesse della singola Regione.
“In questo caso ci troviamo davanti al rovescio della situazione precedente. Ci sono alcune Regioni, le più ricche del nostro Paese come la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna, che chiedono un’autonomia rafforzata. Vogliono infatti ottenere altre competenze, oltre quelle già previste dalla Costituzione, ignorando che in questo modo diminuirebbero le risorse finanziarie per le restanti regioni. Così facendo creerebbero le condizioni per una sorta di “secessione dei ricchi” e l’Italia, secondo la Costituzione «una e indivisibile», di fatto si troverebbe ad essere divisa per ragioni economiche. Un altro esempio deteriore di sussidiarietà”.

Aumentando il gap già esistente tra le Regioni.
“Per evitare tutto questo basterebbe interpretare le norme costituzionali. L’attribuzione di nuove competenze, ad esempio, dovrebbe avvenire non mediante trattativa solo tra lo Stato e la singola Regione, ma al cospetto di tutti gli altri enti regionali. Un’intesa cosiddetta partecipata. O ancora occorrerebbe discuterla in Parlamento con la possibilità di apporvi degli emendamenti. Tutte interpretazioni che sono già state date e che noi speriamo vengano seguite dal Governo nel momento in cui queste richieste di autonomia riprenderanno vigore”.

Interpretando la sussidiarietà non come una singola enunciazione, ma come un principio che va contestualizzato e riletto alla luce dell’intero complesso costituzionale, vero faro del nostro ordinamento.
“Certamente. Quando si fanno queste intese si va dimenticando che noi abbiamo una Costituzione nella quale è disegnata una cittadinanza democratica comprensiva di una serie di diritti fondamentali che non possiamo lasciare alle trattative tra Stato e singole Regioni. Occorre che le intese riguardanti l’autonomia rafforzata vengano discusse in Parlamento”.

Altra forma di attuazione del principio di sussidiarietà, stavolta orizzontale, la possibilità di delegare ai privati funzioni essenziali del pubblico con il rischio di far venir meno anche le performance minime di servizi che devono essere garantite ai cittadini.
“È chiaro che quando il pubblico dismette alcune sue prerogative c’è il rischio che, per la mancanza di controlli, si possa assistere a una diminuzione di efficienza più che ad un incremento. Pensiamo ai servizi per i disoccupati, per gli anziani, per la scuola. Un altro pericolo che potrebbe scaturire da una sussidiarietà interpretata erroneamente”.

Quale quindi in conclusione la ricetta per interpretare e attuare in maniera corretta questo principio?
“La ricetta è nella Costituzione: la misura della sussidiarietà deve essere sempre quella dei diritti garantiti dalla nostra Carta Fondamentale. Bisogna vedere se attuando la sussidiarietà riusciamo a mantenere lo standard qualitativo dei diritti garantiti o se, invece, li rimettiamo al mercato, alle compatibilità dell’economia, alla libertà imprenditoriale del privato”.

Non occorrono quindi strumenti innovativi, ma solo tornare a farsi guidare dei valori già presenti nella Carta Fondamentale interpretando qualsiasi principio in essa contenuto, compreso quello della sussidiarietà, non come un’enunciazione a sé stante, ma come una diramazione da leggere e interpretare alla luce dell’intero albero costituzionale.

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