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Pietro Laera: “Valorizzare i giovani: questo il mio obiettivo”


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Seduto al pianoforte nel salotto di casa quel bambino di sette anni difficilmente avrebbe immaginato che un giorno si sarebbe esibito nei più grandi teatri italiani, condividendo la scena con musicisti di fama internazionale e con “mostri sacri” del mondo dello spettacolo. Quel ragazzino di allora è Pietro Laera, il neodirettore artistico della sezione musicale delle “Fondazione Gioacchino Defeo e Teresa Trapani”.
Quarantasei anni, pianista di fama, compositore, arrangiatore e titolare di cattedra presso il Conservatorio di musica “Nino Rota” di Monopoli, coordinatore dell’associazione musicale “Nel gioco del Jazz”, e membro del comitato degli esperti della “Fondazione Vincenzo Maria Valente” di Molfetta. Tanti gli incarichi di spessore, così come le collaborazioni sia con musicisti di caratura internazionale come il flautista Roberto Fabbriciani, il clarinettista Giora Feidman, il trombonista Gianluca Petrella, il sassofonista Roberto Ottaviano, il mezzosoprano Fiorenza Cossotto, il violinista Francesco Manara, il violoncellista Massimo Polidori, il Quartetto d’archi della Scala e il direttore d’orchestra Roberto Duarte che con personaggi del mondo dello spettacolo come Giorgio Albertazzi, Arnoldo Foà, Michele Mirabella, Ugo Pagliai, David Riondino.
Numerose le varie declinazioni della sua passione per la musica: un amore sbocciato quando era ancora molto giovane e che da allora lo ha sempre accompagnato.

Pietro Laera, come è scattata la scintilla con la musica?
“Ho cominciato a suonare all’età di cinque anni. La mia passione per la musica è nata tra le mura domestiche, vedendo strimpellare mio padre. Lui è sempre stato un grande appassionato, ma non un musicista. Vedendomi sempre vicino alla tastiera attratto da quei suoni, i miei genitori hanno deciso di avviarmi allo studio della musica. Ricordo che spesso duettavo con mio padre: io al pianoforte e lui alla chitarra in occasione delle feste di compleanno delle mie due sorelle minori, anche loro divenute in seguito violinista e pianista. Ho capito sin da subito che sarebbe diventata la mia strada e ho deciso di dedicarmi alla musica in modo serio e professionale e qualche anno più tardi di entrare in Conservatorio”.

Una scelta dettata da una grande passione e dall’emozione di accarezzare i tasti del pianoforte.
Quando si studia per costruire un nuovo pezzo, si ha l’impressione di dar vita a una “propria creatura”. Un passo alla volta, quella “creatura” prende forma fino a diventare qualcosa di compiuto anche se non materialmente visibile. Durante un concerto, invece, suonare significa provare una sensazione altrettanto forte, ma diversa: di estrema libertà, libertà di espressione assoluta, scevra da ogni forma di condizionamento. Singoli momenti sì, ma di un rapporto continuo e costante. Anche quando impegni di vario genere mi tengono lontano dal pianoforte, il solo pensiero di poterci tornare mi basta per sentirmi meglio. Suonare mi trasmette una sensazione di benessere che mi sostiene sempre, anche nei momenti di difficoltà. E che mi è di conforto più di mille parole”.

Un rapporto quasi simbiotico che le ha dato l’opportunità anche di intraprendere collaborazioni sia con musicisti di fame internazionale che con “mostri sacri” del mondo dello spettacolo. Quale il personaggio che ricorda con maggior piacere?
“Una persona che mi ha insegnato tanto e che mi ha trasmesso grandi lezioni di vita è stato il grande Arnoldo Foà. Abbiamo condiviso il palco in diverse esibizioni di musica e prosa. L’ho conosciuto nell’ultima fase della sua vita e mi faceva molto sorridere quando a cena con le autorità locali si permetteva a volte di usare un linguaggio un po’ colorito, aggiungendo: «Scusate, ma io posso permettermelo perché ormai mi resta poco da vivere». Una frase che ben identifica il suo spirito ironico, quasi sferzante, che se per un attimo lasciava senza parole gli altri commensali, nel momento successivo sortiva quasi l’effetto opposto, frantumando quel clima di inutili formalismi e permettendo a tutti di rilassarsi e di godere a pieno del resto della cena”.

Giovane, ma già con tante frecce al suo arco non si è distinto solo come eccellente musicista, ma anche in veste di organizzatore musicale.
“Sono nel settore da oltre venticinque anni. Sono anche diventato membro del comitato degli esperti della Fondazione Valente di Molfetta. E sempre di recente è arrivato anche un altro incarico, quello di direttore artistico della sezione musicale della Fondazione intitolata a “Gioacchino Defeo e Teresa Trapani” di Giovinazzo”.

Quale aspetto della Fondazione l’ha impressionata maggiormente?
“Il progetto è importante da più punti di vista, ma ciò che mi ha colpito positivamente è che i soci fondatori si sono fatti carico di edificare un vero e proprio teatro: un «unicum» nel nostro territorio carente di contenitori culturali medio piccoli. L’iniziativa e la determinazione di volerlo realizzare mi hanno fatto capire quanto tengano a questo progetto. Ci si imbarca in un’impresa del genere solo se si è mossi da una grande passione”.

Quali criteri la guideranno nella direzione musicale della Fondazione?
“Sono aspetti ancora in fase di definizione, ma posso già anticipare che punterò alla valorizzazione dei giovani: li vorrei sia sul palco ad esibirsi che in platea ad ascoltare musica. Le ultime generazioni hanno una grave carenza e, nel mio piccolo, vorrei intervenire avvicinandoli alla musica e creando un pubblico giovanile. Il nostro patrimonio artistico, culturale e musicale è il tesoro più grande che abbiamo in Italia e i giovani, la futura classe dirigente, devono essere animati anche da questa conoscenza imprescindibile e nutrire interesse nei confronti della musica. Per riuscirci, con il supporto della Fondazione, cercherò di coinvolgere le istituzioni scolastiche”.

Un percorso ancora agli inizi, ma sul quale Pietro Laera, neodirettore artistico della sezione musicale della “Defeo Trapani”, forte di tanti anni di esperienza e della conoscenza del nostro territorio, ha già le idee molto chiare.

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